29 settembre 2026
Quando ho letto questo testo per la prima volta, ho avuto la sensazione di riconoscere immediatamente una cosa che, come docente, considero preziosa: la capacità di trasformare un’esperienza personale in un racconto capace di restituire al lettore un luogo, un’atmosfera e, soprattutto, un modo di guardare il cinema. L’autore non racconta semplicemente la sua esperienza alla Mostra del Cinema di Venezia: ci accompagna dentro quella frenesia, facendoci percepire la stanchezza, l’entusiasmo, la curiosità e quella particolare forma di felicità che nasce quando ci si trova, anche solo per pochi giorni, nel luogo in cui una propria passione diventa esperienza condivisa.
“Corse tra le sale del Lido di Venezia” è quindi il racconto di un giovane cinefilo alle prese con uno dei più importanti appuntamenti cinematografici internazionali, ma anche un piccolo diario di formazione. Attraverso le proiezioni, gli incontri, le corse da una sala all’altra e persino la sua prima intervista, emerge il passaggio dalla semplice passione per il cinema alla possibilità di viverlo concretamente, entrando in contatto con le persone e gli ambienti che lo rendono un mondo reale.
Il tono diretto, ironico e spontaneo è parte integrante del valore di questo testo: l’autore non cerca di costruire un’immagine idealizzata della Mostra, ma racconta anche la fatica, il sonno, la fretta e le difficoltà, lasciando però emergere con chiarezza quanto, dietro quella stanchezza, ci fosse il desiderio di esserci. Ed è forse proprio questa autenticità a rendere il suo racconto particolarmente efficace: Venezia non appare soltanto come un luogo del cinema, ma come un luogo in cui, per qualche giorno, il cinema diventa il centro della vita.
Arrivare al Lido significa entrare in un posto che, per qualche giorno, sembra avere una sola cosa in testa: il cinema. È pieno di gente: addetti ai lavori, giornalisti, critici, attori, registi e cinefili arrivati da ogni parte del mondo. Li riconosci dagli accrediti e dai cordini rossi appesi al collo, mentre corrono da una sala all'altra, scrivono articoli nei giardini dietro il Palazzo del Casinò o registrano video sul lungomare. In mezzo a tutto questo c'è un continuo movimento: persone che arrivano, altre che scappano verso una proiezione, code infinite davanti alle sale, discussioni sui film appena visti. Sì, non è esattamente il modo più tranquillo di andare al cinema.
Il primo film importante che ho visto al PalaBiennale è stato Ink, il nuovo film di Danny Boyle, presentato alla Mostra come film d'apertura. E già lì ho capito che vedere un film a Venezia è un'esperienza diversa dal normale. Prima di entrare, mentre si è in fila, si sente parlare del film, del regista, di quello visto alla proiezione precedente. Poi la sala si riempie e per due ore centinaia di persone guardano la stessa cosa. E partono le reazioni del pubblico, dalle risate agli applausi. Ink è anche il film che ho apprezzato di più: con il suo ritmo frenetico e la sua energia, era esattamente il tipo di film che volevo vedere, un bel mix tra cinema pop e autoriale. Il nome di Danny Boyle potrebbe suonarvi familiare: magari avete visto Trainspotting. Ecco, Ink gli assomiglia per ritmo e follia, ma al posto degli eroinomani nella Edimburgo degli anni ‘90 ci sono i giornalisti del Sun negli anni ‘60.
E il ritmo della Mostra è proprio come quello di un film di Danny Boyle. Ogni mattina mi svegliavo prestissimo per arrivare in tempo alle prime proiezioni e durante la giornata si correva continuamente da una sala all'altra. Tre film al giorno, pranzi e cene veloci e si andava a dormire davvero tardi, spesso ben oltre mezzanotte. A volte arrivavo in sala che ero uno zombie e capivo perfettamente perché qualcuno, durante le proiezioni, finisse per addormentarsi. Anch'io, in qualche occasione, non ero troppo lontano dal farlo.
Eppure proprio dentro questa corsa ho incontrato alcune delle persone che più difficilmente avrei immaginato di incontrare. Critici che conoscevo già attraverso il loro lavoro e che influenzano il mio modo di vedere il cinema, come Gianni Canova, ma anche registi, attori e altri addetti ai lavori. Ho persino fatto la mia prima intervista, insieme a un ragazzo con cui collaboro nel sito di cinema per cui scrivo, a Giacomo Abbruzzese, vincitore dell'Orso d'Argento a Berlino. È stata fatta praticamente di corsa, tra una proiezione e l'altra, con un'attrezzatura piuttosto “punk”: un microfono wireless e un cellulare. Non era esattamente uno studio televisivo, ma forse era proprio questo il bello.
Tra tutti i film visti, quello che più mi è rimasto impresso è stato Wild Horse Nine di Martin McDonagh, il regista di In Bruges. Un film capace di farmi ridere per buona parte della sua durata e di toccarmi sul finale. Anche grazie a un John Malkovich monumentale, perfetto nel suo personaggio: un agente della CIA mandato insieme a Sam Rockwell sull'Isola di Pasqua poco prima del colpo di Stato cileno del 1973. McDonagh riesce a mettere insieme dialoghi assurdi, humour nero e momenti molto più malinconici, fino a trasformare quella che sembra una commedia grottesca in qualcosa di sorprendentemente umano.
Ma forse la cosa più importante che mi sono portato via da Venezia non è nemmeno un film. È la sensazione di essere entrato, per qualche giorno, in una piccola comunità isolata dal resto del mondo. Una comunità fatta di persone che si svegliano presto, corrono, aspettano davanti alle sale, discutono di quello che hanno appena visto e poi entrano a vedere qualcos'altro. Per un giovane cinefilo è difficile immaginare un posto più vicino al paradiso. Ho incontrato persone che conoscevo soltanto attraverso lo schermo, persone che già conoscevo e persone nuove. Per qualche giorno tutti erano lì per la stessa ragione: il cinema.
Poi Venezia è finita. Sono tornato a Milano stanco morto, con pochissimo sonno arretrato e probabilmente ancora qualche film da smaltire. E la cosa strana è stata rendermi conto che, nonostante la stanchezza, non vedevo l'ora di tornare. Quasi mi mancava già quella corsa continua tra le sale, le file, le persone, i film. Una piccola depressione post-Venezia, forse. Ma soprattutto una nostalgia arrivata molto, ma molto, prima del previsto.
A.A.S. 3A LES
