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POSTARE UNA FOTO CI FA FELICI, PERCHÈ? - SCUOLA TECNICA INFORMATICA S. FREUD

23 giugno 2016

Le vastità di schermi sotto il palco di un concerto, a una gara sportiva o durante uno spettacolo sono l’immagine assoluta per rappresentare il momento tecnologico in cui risiediamo, luci che imprigionano e registrano una circostanza particolare descrivono la vita agli inizi d’internet in tutta la sua convulsa appariscenza. E rimandano anche le sue ansie: comprovare un evento lo fa vivere con meno potenza? Tutti questi schermi gli svestono significato? Il nostro input a scattare, twittare, postare o fotografare momenti della nostra vita diminuisce il valore di quei momenti e della nostra vita?

Secondo una nuova ricerca la risposta è no. La professoressa Kristin Diehl, che insegna marketing alle Marshall school of business di Los Angeles, ha voluto fare un esperimento. Con una serie di test in laboratorio e sul campo, Diehl e un team di ricercatori hanno raffrontato l’indice di apprezzamento di alcuni eventi documentati dalle persone, con quello di altri non dimostrati.

I risultati, resi noti dallo Journal of Personality and Social Psychology e ripresi da Time, rivelano che l’ansia è ingiustificata: registrare un momento della nostra vita scattando una foto amplifica la gioia di chi lo sta vivendo. Congelare i fatti in uno scatto non solo non ostruisce alle persone di viverli a pieno, ma sembra addirittura valorizzarli.

Con Istagram scegliamo cosa è così efficace che va salvato e ricordato, e cosa non lo è.

“La ricerca ha rivelato che, mentre scattano una foto, le persone osservano il mondo con occhi diversi, perché cercano qualcosa da custodire”, spiega Diehl. “Sono più concentrate e tendono a essere più appagate”.

Non è l’atto di scattare una fotografia a darci questa gioia, ma la preferenza accurata che facciamo mentalmente per decidere quello che vale la pena confermare. Con Istagram diveniamo gli editor dei contenuti della nostra vita. Scegliamo cosa è così espressivo che va salvato e ricordato, e cosa non lo è.

A quanto pare questo è vero per diverse tipologie di attività. Diehl e colleghi hanno fatto un test su un campione di circa duecento turisti su un bus panoramico e hanno scoperto che chi fotografava le varie attrazioni si divertiva più di chi stava seduto a scrutare il paesaggio. La stessa prova è stata fatta anche al museo: i partecipanti hanno riferito di assaporare molto di più una mostra avendo la possibilità di fare qualche scatto. La tesi regge anche quando si prende in esame l’attività più bersagliata dai cliché: postare su Istagram le foto dei piatti che mangiamo. I partecipanti cui è stato chiesto di scattare fotografie durante i pasti (almeno tre in questo caso), nota Time, erano più concentrati degli altri.

Forse è così che si arriva alla differenza tra “cenare” e “mangiare”: anche un gesto naturale può essere una sperimentazione, da assaporare nel attimo in cui si compie, ovviamente, ma anche dotata di un suo valore che va conservato nel tempo.

 


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