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GIULIA SAMOYLOFF, LA CONTESSA RUSSA CHE INCANTO' MILANO A cura della Prof.ssa Daniela Rosa Adele Ferro - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

2 agosto 2016

Negli occhi di Giulia brillava il candore delle steppe moscovite, il riflesso cristallino della Neva, le tinte sgargianti dei palazzi nella raffinata e algida San Pietroburgo quando giunse a Milano nella primavera del 1828, al termine di un viaggio che, nella latitanza di fonti dettagliate, possiamo immaginare certamente lungo, probabilmente avventuroso.

Nessuno conosce il motivo preciso che spinse la giovane e fascinosa contessa Samoyloff ad abbandonare i rigori invernali della Russia e le suggestive passeggiate sulla Prospettiva Nevskij per fissare la propria (fastosa) dimora all’ombra della Madonnina.

Il suo arrivo, avvolto nelle fitte tenebre del mistero - tanto più accattivanti quanto più difficilmente dissipabili - fu molto chiacchierato nell’alta società milanese del tempo. E mentre nobiluomini, ufficiali e artisti presero a contendersi gli sguardi ammaliatori e concupiscenti della dama, madri, mogli e fidanzate si affrettarono a raccogliere quante più informazioni possibile sul conto della contessa, il cui soggiorno milanese si annunciava, fin dagli esordi, carico di funesti presagi per la loro quiete domestica. Ma quanto vennero a sapere non placò i loro trepidi animi inquieti. Anzi.

Chi era la contessa Giulia Samoyloff?

Nata Pahlen, la straniera che non faceva dormire sonni tranquilli alle gentildonne milanesi e si era abbattuta come un ciclone sui loro salotti, era figlia di un - come si suol dire - pezzo grosso. Si diceva infatti che suo padre fosse Pietro Alexenoitch conte Pahlen, appunto, un tempo alto dignitario alla corte zarista. L’uomo discendeva da una famiglia nobile e benestante, che vantava alle sue spalle una tradizione, per quanto relativamente recente, di onorato servizio alla Santa Russia. Il ceppo dinastico del conte, originario della regione baltica della Livonia, tra Estonia e Lettonia, era stato trapiantato nelle terre degli zar verso la metà del diciassettesimo secolo. Da allora, gli avi di Pietro Alexenoitch si erano distinti per spirito di devota abnegazione nei confronti dell’impero e delle sue sorti, tanto da indurre gli imperatori a conferire loro prestigiosi incarichi e riconoscimenti adeguati.

Era nato nel 1745 Pietro Alexenoitch, il padre della nostra Giulia. Aveva raggiunto una posizione di particolare prestigio sotto la zarina Caterina II - detta “la Grande” - in seguito al coraggio dimostrato in battaglia contro l’Impero Ottomano, nelle due guerre in cui la Russia si era opposta al colosso turco, quindi contro la Svezia. Sprezzante del pericolo, acuto stratega, valoroso soldato, il conte Pahlen si guadagnò la stima della sovrana, che seppe gratificarlo generosamente: nel 1790 fu inviato a Stoccolma in qualità di ambasciatore - incarico delicato, ma prestigioso, in conseguenza dei difficili rapporti con gli svedesi; in seguito fu nominato governatore di diverse province dell’impero. Alla morte di Caterina, scomparsa nel 1796, l’astro del conte non si offuscò. L’uomo seppe procacciarsi la stima del nuovo sovrano, lo zar Paolo I, figlio di Caterina. Ne fu suddito fedele, ma soprattutto intimo amico. Un sentimento - perché dubitarne? - sincero, ma anche ben remunerato con una collezione di cariche, una più prestigiosa dell’altra: generale di cavalleria, cancelliere dell’ordine monastico-militare dei Cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme (i cui membri sarebbero stati ribattezzati “Cavalieri di Malta”), governatore militare di San Pietroburgo, ministro degli esteri, infine primo ministro. Insomma, un climax ascendente di riconoscimenti e di attestati di stima da parte dello zar, che doveva fidarsi ciecamente dell’amico, per riservargli durante il suo imperium una sfilza di titoli e di compiti da fare invidia. Ma tanto folgorante fu l’ascesa del conte Pahlen quanto repentina e rovinosa fu, in seguito, la sua caduta.

Lo zar fu imprudente nel concedere tanta, incondizionata fiducia. Pietro Alexenoitch fu uno dei promotori della congiura che nel 1801 mise fine nel sangue - quello dello stesso Paolo, assassinato nella propria stanza da letto nel Castello Michailovskij, la notte del 23 marzo - al suo regno, caratterizzato da un accentuato e reazionario conservatorismo, che lo aveva spinto ad abrogare la maggior parte delle riforme varate dalla madre Caterina, unito a un generale disprezzo per gli aristocratici di corte e una totale e pericolosa noncuranza nei confronti delle condizioni in cui versavano gli strati più umili della popolazione, in primis i servi della gleba, retaggio medievale che in Russia trascinò miseramente la propria esistenza fino al 1861.

La congiura, che la coscienza sporca del sovrano paventava da tempo, ottenne il risultato sperato - ossia togliere di mezzo lo zar - pur senza che il copione programmato fosse seguito alla lettera. Il proposito originario dei “cesaricidi” non era quello di uccidere Paolo, bensì di costringerlo ad abdicare in favore del figlio Alessandro. Qualcosa però, quella notte, andò storto: lo zar si oppose ai suoi assalitori, mentre lo trascinavano con la forza verso lo scrittoio per firmare l’atto di abdicazione, scatenando così la rabbia di uno dei congiurati, che lo colpì a morte.   Scuola Paritaria a Milano

L’erede, Alessandro, oltre a non porsi alcun tipo di problema nel salire al trono calpestando il cadavere ancora caldo del padre - non a caso Napolone lo definì “lo scaltro bizantino” -, non premiò coloro la cui iniziativa lo condusse al potere. Il nostro povero conte Pahlen fu messo da parte senza tanti complimenti. Il nuovo zar, pur senza espliciti divieti, gli negò di fatto un posto di rilievo nella “macchina” statale e il conte si rassegnò infine a ritirarsi a vita privata.

Giulia vide la luce nel 1803: il padre allora aveva già chiuso il capitolo della politica. Incarichi ed allori di un tempo erano per lui solo un ricordo. Nonostante la freddezza dimostrata da Alessandro nei suoi confronti, il conte tuttavia non ruppe i rapporti con la corte. Giulia vi crebbe in seno, familiarizzando anzi, fin dalla più tenera età, col giovane Nicola, fratello minore dello zar e solo di qualche anno più grande di lei. La reciproca simpatia maturata negli anni dell’infanzia si trasformò con gli anni in una crescente intimità, fino a deflagrare nella passione. Amore? Non è esatto. Più che altro attrazione fisica, sensi roventi, erotismo. Il rapporto tra i due non nasceva da un delicato sentimento, ma dall’istinto. Tanto più che non vi era ragione per coltivare un rapporto basato sull’affetto: i due non avrebbero mai potuto sposarsi. Giulia era nobile, sì, ma era anche la figlia di un aristocratico “decaduto” nelle grazie della corona, mentre Nicola era di sangue reale. E il suo matrimonio fu quello che doveva essere: una ragione di Stato. Nel 1817 il principe Romanov prese in moglie un’altra testa coronata, la giovane Carlotta, figlia del re di Prussia Federico Guglielmo.

La storia avrebbe ricordato lo zar Nicola I come un uomo duro, rigido, autoritario. La sua personalità era il prodotto ad hoc dell’educazione militare ricevuta durante la giovinezza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “gendarme d’Europa”. La dura repressione con cui stroncò la rivolta scoppiata a San Pietroburgo alla morte del fratello Alessandro, nel dicembre 1825, fu il manifesto didascalico della sua indole granitica e inflessibile. Esiliò e mandò al patibolo senza esitazione i traditori: decine di ufficiali della guardia imperiale, insorti perché risoluti a non riconoscere Nicola quale nuovo sovrano (Alessandro era deceduto senza aver messo al mondo figli, dunque eredi in linea diretta).

Che un uomo di tale tempra fosse capace di amare è difficile da credere. Più convincente è invece l’ipotesi che fosse sensibile alle attrattive della bellezza femminile. E su questo piano Giulia aveva argomenti da vendere. Maritata appena ventenne al maturo conte Samoyloff per imperscrutabili moti del suo cuore o, più probabilmente, per ben più comprensibili ragioni del padre, Giulia rimase vedova dopo pochi anni di matrimonio. A consolare la sua solitudine fu lo zar in persona, che coltivò un’intensa relazione con la bella vedova. La loro liaison fu tanto focosa e divorante quanto breve. La passione sfrenata e incontenibile degli inizi scemò a poco a poco, fino a lasciare il posto all’uggia. Giulia era affascinante, certo: la sua capricciosa chioma di riccioli nero corvino incorniciava il volto delicato e diafano, acceso da due occhi smeraldini, e ricadeva fluente su un corpo dalle forme prosperose che Giulia non esitava, per quanto lo concedeva la moda del tempo, a mettere in mostra. Una succulenta ambrosia per il palato degli dei, dunque. Anche il cibo migliore però, se consumato tutti i giorni, conduce all’assuefazione. E lo zar Nicola non era tipo da assecondare voglie ormai sopite e perdersi in melanconici sensi di colpa. Così, quando la compagnia della Samoyloff iniziò a procurargli, in luogo del piacere e della soddisfazione di un tempo, solo noia e fastidio, il sovrano non si fece scrupolo di far preparare le valigie della contessa. Meta, una terra molto lontana, il più possibile: l’Italia. “Beh, la povera vedovella è caduta in piedi!”, verrebbe da esclamare. Sì, certo: altre amanti illuse furono potate brutalmente come rami secchi senza troppi complimenti e senza che i loro uomini si preoccupassero di sistemarle da qualche parte. Dalla gelida San Pietroburgo a Milano, poi… Insomma, un bel salto di qualità, per lo meno di vita. Sarà stata delusa, affranta, inconsolabile, tutto quello che si vuole. Ma a Giulia andò comunque di lusso: non fu costretta a buttarsi sotto un treno come la più sfortunata Anna Karenina, tanto per restare in tema di sogni d’amore perduti in terra di Russia. Con l’infelice e tormentata eroina di Tolstoj, in verità, Giulia Pahlen Samoyloff non aveva nulla a che spartire. Non possedeva quel fascino inquieto, quella mesta aura tenebrosa della bellezza lacerata da lacrime e patimenti. Anzi. Giulia era una donna spumeggiante, era la gioia di vivere fatta persona. Nonostante Nicola, i suoi dinieghi e il trasferimento coatto. Che anzi, tutto sommato, diede una mano alla sua verve frizzantina, assecondando l’insaziabile fame di vita e di emozioni della contessa.        Istituto Turismo

Sebbene a Milano si ignorasse il motivo preciso che aveva spinto Giulia verso i lidi italici, anzi milanesi (le notizie circa il suo rapporto con lo zar Nicola si fermavano al livello di mere dicerie e piccanti pettegolezzi), la scelta dell’Italia non era stata probabilmente casuale.

L’imperatore ebbe cura di scegliere per l’esilio della sua ex amante un luogo remoto rispetto al Palazzo d’Inverno. Dall’Italia Giulia non lo avrebbe più cercato e infastidito col suo rinvangare la passione che fu. Ma non fu solo questo il criterio che orientò la sua decisione.

In Italia, a Milano per l’esattezza, la Samoyloff aveva una famiglia. Parenti che non aveva mai conosciuto, dei quali forse fino a quel momento aveva avuto solo qualche remota, superficiale notizia: i duchi Litta, una casata nota e blasonata nel capoluogo lombardo, dunque per la contessa Samoyloff una parentela prestigiosa e importante, da giocarsi bene. Che manifestazione di “sensibilità” da parte dello zar Nicola destinare Giulia a una città “amica”: a Milano la donna non avrebbe sofferto di solitudine. Tuttavia è probabile che tale magnanima decisione tradisse un tornaconto personale: la “rassicurante” presenza dei Litta avrebbe permesso a Giulia di ambientarsi rapidamente, condizione imprescindibile perché la donna cessasse di assillarlo con richieste inopportune. Quello tra la Samoyloff e la famiglia milanese non era tuttavia un legame di sangue in senso stretto, era piuttosto il frutto delle passioni esotiche di un esponente del casato meneghino, Giulio Renato Litta. Giulio aveva vissuto qualche anno sul suolo dello zar. La sua indole avventurosa (e in parte anche avventuriera) era stata sedotta dalle lande russe come dalla corte pietroburghese. Il suo fascino, unito a un carismatico savoir faire tutto suo e a indiscutibili capacità, di cui diede prova, fra l’altro, nell’impegnativo conflitto che oppose la Russia di Caterina la Grande alla Svezia, ne aveva fatto un personaggio brillante e apprezzato dalla famiglia Romanov, tanto da concedergli il grado di ammiraglio. Il Litta, insomma, in Russia fece un grande fortuna. Anche economica. Ma sulle rive della Neva, oltre a ricchezza e onori, aveva trovato l’amore: l’uomo conobbe e sposò la nonna materna della Samoyloff, vedova ma ancora piacente e vitale. Evidentemente nella famiglia di Giulia era un vizio che ci si tramandava di generazione in generazione quello di non cedere le armi neppure davanti alla morte del consorte…

La parentela con la famiglia ducale si sarebbe rivelato un asso nella manica per Giulia: alla sua morte il Litta, spirato a San Pietroburgo nel 1839, avrebbe predisposto nel proprio testamento un cospicuo lascito alla nipotina adottiva, pari a una rendita annua di centomila lire, che i suoi congiunti, a Milano, avrebbero dovuto versarle con regolarità. Agli occhi dei Litta le volontà testamentarie di Giulio non erano che una stramberia dell’uomo e una gravosa incombenza per loro. Per la Samoyloff, invece, l’inatteso dono si sarebbe rivelato pura manna dal cielo. Forse il Litta, col suo gesto, sperava di risolvere una volta per tutte il problema che assillò Giulia dal suo arrivo a Milano: un’indigenza cronica.

Da che la contessa russa si stabilì nella città lombarda, non le mancarono occasioni per rivelare la sua indole stravagante e attirare l’attenzione del bel mondo con le sue mode eccentriche e i suoi passatempi bizzarri. Ricca di suo, nonostante il provvidenziale regalo giunto dalle mani di Giulio Renato Litta - che arrivò comunque dopo una decina d’anni di folli spese e di bagordi milanesi -, la Samoyloff si ritrovava molto spesso a fare i conti… con i conti. Che segnavano troppo di frequente vertiginosi abissi di passivo.  Istituto Privato

Giulia non badava a spese, purché si trattasse di divertimenti e generi voluttuari. Addobbi e preziosi che adornavano la sua residenza, fissata nel prestigioso palazzo Bigli, un tempo di proprietà dell’ordine degli Umiliati, al civico 20 dell’odierna via Borgonovo, ne facevano una sorta di tempio profano dell’estetica, che Giulia non esitava ad aprire ad amici e spasimanti. Dilapidava una vera fortuna per balli e ricevimenti prima di tutto, ma anche per abiti, gioielli e tutto quanto concorresse a comporre la sua sofisticata toeletta. A patto che fosse ricercato, prezioso, fuori dal comune. E, naturalmente, caro. Mania pericolosa, quella per oggetti e monili raffinati e rari, anche perché in Giulia si univa a una spiccata propensione per l’incetta. Insomma, la contessa Samoyloff, oltre ad essere una patita del lusso estremo, era anche un’appassionata collezionista. Il fatto che le sue preferenze andassero però ai preziosi rendeva le sue collezioni, oltre che di pregio, estremamente pericolose per il suo budget. Le carrozze con cui si metteva “in vetrina” per le strade della città attiravano sguardi ammirati e invidiosi. I suoi cavalli erano di razza purissima, vezzeggiati e coccolati più dei bambini. Amava i cani e ne possedeva diversi: la quantità della sua “muta” personale cresceva a dismisura, dal momento che la contessa aveva l’abitudine di raccogliere i randagi per strada e di portarseli a casa; si diceva che alla loro morte organizzasse, nel suo giardino, fastosi funerali per dare loro degna sepoltura. E si fosse trattato solo di cani e cavalli! La residenza milanese di Giulia ospitava canarini, scimmie moleste e loquaci pappagalli. Il guardaroba traboccava di pellicce, una più vistosa dell’altra. A un certo punto Giulia prese a raccogliere stampe che ritraevano figure femminili. Poi, stanca di queste, iniziò a rincorrere le armi. E infine, non sapendo più dove sbattere la testa alla ricerca di qualcosa di stravagante, di eccezionale, ordinò una partita di raffinate essenze orientali. Naturalmente, provenienti dai più inaccessibili Paesi esotici. Infine, quando il denaro cominciò a rappresentare realmente un problema quotidiano, la Samoyloff, anziché risolversi ad abbandonare bizze e capricci, pensò di dirottare i suoi gusti verso qualcosa la cui reperibilità fosse più a buon mercato, pur senza tradire il suo gusto straordinario per l’estroso, e si dedicò allora alla raccolta di camei e monili. Giulia era in gara continua con se stessa nel trovare qualcosa che appagasse il suo effimero desiderio di stupire e di apparire. Qualche giorno, forse una manciata di settimane, mai più di pochi mesi: tanto duravano le sue smanie e le sue mode, le sue frenetiche ricerche di costose rarità da esibire alla società, o forse alle insicurezze che covava dentro di sé e che cercava di nascondere dietro questa ossessiva ricerca dell’eccesso a tutti i costi. Tanto più che al denaro in quanto tale non dava alcun peso: tutta Milano sapeva che la sua servitù faceva la cresta sulle spese e le rubava in casa, è molto probabile che lei stessa se ne fosse accorta, ma non prese alcun provvedimento contro alcuno di loro. Inoltre la contessa aveva fama di assecondare le richieste di denaro contante di chiunque: file interminabili di questuanti soggiornavano per ore, tutti i giorni, alla sua porta. Ciascuno portava il suo carico di disgrazie e miserie, vere o più spesso presunte, cui Giulia dava credito senza esitare. Alcuni riuscirono ad accattivarsi tanto abilmente la contessa da entrare nel suo libro paga senza tuttavia svolgere alcun servizio: ricevevano rendite fisse a fondo perduto. La dama donava gioielli e suppellettili preziose alle cameriere più indigenti che non avevano soldi per maritarsi, o che almeno così dicevano. Manteneva metà dei piccoli spazzacamini milanesi. Il che era tutto nobile e ammirevole, certo, ma la generosa carità della contessa era per lo più elargita in modo scriteriato, sia perché era fatta a chiunque, anche a chi non ne aveva bisogno ma la turlupinava come una ricca gallina dalle uova d’oro, sia perché trascendeva le sue reali possibilità economiche. Non stupisce dunque che due lustri di economia domestica a tal punto sfrenata rendessero il lascito del Litta, più che un dono, una necessità. Era eccessiva in tutto, Giulia. E i suoi forzieri pativano la curiosa coincidenza in lei dei due estremi: donare e scialare. Più volte infatti la Samoyloff fu costretta a ricorrere ai prestiti degli usurai. E doveva essere per i loro artigli voraci una preda appetibile: un’inguaribile spendacciona.

La buona società milanese (soprattutto quella di sesso femminile) non vedeva di buon occhio le mode e le manie balzane inseguite e ostentate dalla contessa. Giulia, che usava trattare tutti con la stessa affabile e spontanea cordialità, tanto gli ammiratori quanto i censori, frequentava i salotti più prestigiosi. I Litta furono i primi ad aprirle le porte delle loro dimore, ma il favore con cui accolsero Giulia - un obbligo formale più che un desiderio sincero - lasciò presto il posto a una malcelata antipatia. Giulia faceva parlare di sé continuamente: per le sue spese, per le sue avventure amorose, per i suoi sprechi, per i suoi eccessi, che per lei erano la regola.

Nella sua casa di via Borgonovo non le mancarono mai ospiti: la sua bellezza, che era solo l’aspetto più vistoso di un fascino recondito e segreto, le avrebbe spalancato qualsiasi porta. Frequentava il salotto di Clara Maffei, era ricevuta da stimate e benestanti famiglie aristocratiche, come i Trivulzio e i Belgioioso. Non solo. Le simpatie di Giulia per l’impero asburgico la resero un personaggio popolare presso gli ufficiali e i funzionari austriaci che soggiornavano a Milano. Pare che la Samoyloff fosse divenuta intima del conte Francesco di Hartig, allora governatore del Lombardo-Veneto, e poi del di lui successore, Johann Baptist conte di Spaur. Anche la residenza del generale Karl Ludwig von Ficquelmont annoverava fra i suoi abituali avventori la fascinosa contessa. I cui frequenti abboccamenti col “nemico” la resero sempre più invisa ai nobili milanesi che osteggiavano la dominaziona austriaca. Tanto da renderla il bersaglio prediletto di libelli, pamphlet e rime composti da intellettuali e poeti satirici. “Polletta ardente delle steppe algenti/ che qui venisti alla città canora/ per dominare con i rai possenti/ di tue pupille e colla tua sonora/ voce, che sente il moscovito ardore,/ e beando d’amplessi e di sorriso/ l’inimico stranier che ci percuote (…)”, recita uno di quelli, di autore anonimo, ma la cui identità è supposta coincidere con quella di Andrea Maffei, marito della contessa (e patriota) Clara. È dunque come una sorta di oca giuliva che i (numerosi) detrattori della Samoyloff la vedevano e giudicavano. I patrioti innanzi tutto, ma non solo. L’ala conservatrice dell’aristocrazia milanese mal tollerava il suo comportamento disinibito e le sue continue, volute provocazioni. Pare che anche lo scrittore Alessandro Manzoni avesse, se non nella forma per lo meno nella sostanza, messo alla porta la focosa contessa. Strano comportamento per il figlio di un’altra Giulia - la Beccaria - che nella sua vita non aveva dato molto peso alle apparenze e ai giudizi della gente…

Della contessa si era sempre pronti a parlar male, quando si trattava di salvare le apparenze, ma ai suoi inviti in pochi sapevano dire di no. Era solo da pochi anni a Milano quando ricevette il suo battesimo del fuoco dando una festa che rimase negli annali della storia mondana milanese come “la Festa”. Ne parlò persino la “Gazzetta di Milano”, che lodò con toni entusiastici l’eleganza del contesto e il successo che riscosse presso i suoi invitati. La sera dell’8 maggio 1832 Giulia invitò a palazzo Bigli la crema dell’aristocrazia milanese per il ricevimento più sfarzoso che si ricordasse a memoria d’uomo. Si trattava di un ballo in maschera, che nome e numero (circa un migliaio) degli invitati, insieme alla prelibatezza della vivande, la sontuosità dei costumi, il lusso degli arredi (ogni oggetto in marmo era stato scolpito personalmente per Giulia dall’artista Pompeo Marchesi) contribuirono a rendere memorabile. Le sculture (numerose ritraevano la contessa Samoyloff, che si vantava di esse lodando la propria veste da musa), la cristalleria, gli arazzi, i tappeti, le essenze, l’illuminazione… Tutto, a palazzo Bigli, sembrava essere stato confezionato e lì deposto con cura dalle mani della dea dell’Amore. Il ballo fu un successo strepitoso, un rito edonistico all’insegna della voluttà, dell’opulenza, della superficialità. Un architetto del piacere sembrava aver allestito un tempio del lusso nel giardino della contessa e nei saloni all’interno del palazzo, una galleria di sale attraverso la storia dell’arte, dallo stile pompeiano agli echi etruschi, dalla solennità severa del gotico all’armonia pura e razionale del neoclassico. Le stanze riecheggiarono per tutta la notte delle voci e delle risa liete e spensierate degli ospiti, della musica, dei passi di danza, di giochi più o meno leciti, dei bagordi di una serata in cui Bacco avrebbe sguazzato come un pesce in mare aperto. L’euforia non scemò che alle prime luci dell’alba: “la festa - ricorda l’articolo della “Gazzetta” - venne nel gaudio e in decoroso tripudio prolungata con uguale ardore fino a chiaro giorno; e dentro a quelle incantatrici stanze ci avrebbe il sole sorpresi pur anche, se una saggia moderazione nei piaceri non fosse venuta a congedar la bella e folta comitiva”. Quella notte la contessa russa era riuscita in un’impresa che a molti, alla vigilia, sarebbe parsa impossibile. Non semplicemente emulare, ma addirittura vincere il ricordo di quello che fino ad allora era stato il ballo più celebrato dalla nobiltà milanese: la festa ospitata dall’ungherese conte Batthyani nel suo palazzo di Porta Renza, il 30 gennaio 1828. Quella sera la dimora del conte aveva ospitato i nomi più blasonati. Era intervenuta la stessa Giulia, che non perdeva occasione per divertirsi e mettersi in mostra. Fu forse allora, col corpo celato da un costume da contadina che castigava - o forse, al contrario, eccitava - qualsiasi fantasia, che la contessa russa maturò il primitivo disegno di un ballo mascherato in grande stile. Ma i tempi non erano ancora maturi, Milano era ancora una città nuova e ostile per lei: era appena giunta in città e ancora non possedeva un palazzo degno di ospitare la quintessenza del piacere sfrenato. Le furono sufficienti quattro anni per mettere in pratica quello che nei progetti assomigliava al delirio onirico di un visionario. E se Milano le era in parte ancora ostile - com’era naturale per una donna perseguitata dai corteggiatori, che furono numerosi e nessuno dei quali poté dire di aver ricevuto un rifiuto -, ciò non impedì a coloro che furono inseriti nella nutrita lista degli invitati di prendere parte a quella delizia per gli dèi che fu la festa della contessa Giulia, destinata, come ogni capolavoro, a essere irripetibile.

La notizia di ciò che era accaduto a palazzo Bigli la notte dell’8 maggio valicò i confini italici. Arrivò fino a Parigi, dove la Samoyloff fu celebrata quale nuovo, sublime e insuperabile anfitrione del piacere. Purtroppo però giunse anche alla corte di San Pietroburgo e alle orecchie dello zar, che si vide costretto a intervenire. Nicola I emanò un decreto - in sostanza e nei termini, un’interdizione - con cui proibiva alla sua ex amante di contrarre in futuro impegni pecuniari e di emettere titoli obbligatori. Affidò inoltre l’amministrazione dei beni della contessa alla banca “Ballabio e Besana”. Fu lo stesso istituto ad informarne la Samoyloff.

La diffida della banca era datata 22 marzo 1833, ma il decreto imperiale era stato emesso a novembre, dunque parecchi mesi prima. La donna definì una “barbarité” tutta quella spiacevole storia. L’intromissione del dispotico zar Nicola nella sua vita produceva per lei conseguenze inaccettabili. L’impossibilità di disporre liberamente dei propri averi suonava quasi come una condanna alla pena capitale per un’inguaribile spendacciona, amante della vita lussuosa e gaudente come Giulia. Per quanto la russa potesse maledire l’intervento dello zar, esso si rivelò tuttavia provvidenziale, dal momento che salvò la Samoyloff dal definitivo tracollo finanziario (la rendita del Litta doveva ancora essere assegnata). Che cosa lo spinse a prendere così decisamente posizione, però, è un mistero. Forse il sottile legame con la bella contessa, l’amante di gioventù, non era del tutto stato reciso dagli anni né dalla distanza. O, più probabilmente, il timore di diffondere all’estero, tramite la sprovveduta condotta di Giulia, un’immagine della corte russa troppo frivola e leggera.

Le vicissitudini finanziarie non impedirono però alla contessa di continuare imperterrita il proprio consueto tenore di vita. Impossibilitata a dare feste, frequentava quelle altrui. Non si negava il piacere della compagnia offerta dagli ufficiali asburgici. Non si perdeva gli spettacoli dei cavallerizzi. Riceveva a casa sua gli artisti e i letterati: il già citato Marchesi, il pittore Francesco Hayez, il poeta Domenico Biorci, il giornalista Francesco Pezzi e suo figlio, lo scrittore Gian Giacomo, al quale Giulia fu legata da un’intensa relazione e cui probabilmente fece dono del ritratto che l’Hayez dipinse per lei. Inoltre era spettatrice assidua alla Scala. Il teatro era un suo antico pallino. Amava assistere agli spettacoli e in un’occasione la sua indole istrionica ed esibizionista la spinse a calcare il palcoscenico. Lo fece in occasione di una pièce - Prime armi di Richelieu - allestita al Teatro Re per beneficenza. La presenza di Giulia nel ruolo della protagonista ebbe il prevedibile effetto di richiamare un discreto numero di spettatori. Solo gli ammiratori che la donna contava a Milano avrebbero riempito il teatro. Nella vita mondana milanese che precedette l’uragano e il successivo giro di vite del Quarantotto, la contessa Giulia Samoyloff era una delle attrazioni più carismatiche e discusse: “Una celebre dama russa - scrive di lei lo scrittore e patriota milanese Giulio Carcano -, le sue carrozze, i suoi cani, erano il soggetto di mille discorsi”. Come le sue tormentate e inquiete passioni amorose.

Dei due matrimoni, naufragati uno peggio dell’altro, si sa poco o nulla. Inizialmente la contessa si legò a un certo Pery, sconosciuto (e spiantato) ma affascinante baritono simpatizzante bonapartista. Il desiderio di Giulia di legarsi a un uomo di quella risma fece infuriare tanto lo zar Nicola, cui Giulia non finiva di dare grattacapi nonostante i chilometri che li separavano, quanto la corte asburgica, che allontanò la Samoyloff e proibì formalmente ad ufficiali e funzionari austriaci di stanza a Milano di avere rapporti con lei. Solo il conte Hartig non emarginò del tutto l’amica, che già in passato aveva messo sul chi va là circa alcuni suoi comportamenti che avrebbero potuto alienarle simpatie e protezioni influenti. Come quella volta che Giulia commissionò al pittore De Min un affresco per il suo palazzo di via Borgonovo, che doveva raffigurare trofei e vittorie di Napoleone. Allora il conte austriaco era riuscito a persuaderla circa l’avventatezza del suo gesto, fino a convincerla a desistere. Ma sulla questione delle nozze non ci fu nulla da fare, la Samoyloff non volle sentire ragioni. Sposò il suo baritono in gran segreto. Forse si spinse al matrimonio proprio perché i suoi amici intendevano negarglielo; se non si fossero ostinati tanto nel proibire quell’unione, non è escluso che Giulia si sarebbe accontentata di una innocua - l’ennesima - liaison passeggera. Ma la pagò cara. Perché per rientrare nelle grazie degli Asburgo e del governatore non solo fu costretta a rompere il matrimonio con un uomo che comunque amava (nonostante le sue frequenti scappatelle), ma in tempi celeri si vide obbligata a contrarre una nuova unione “riparatrice” con un uomo appositamente designato dalla Corte, per cancellare il precedente colpo di testa, a dimostrazione delle immutate simpatie filoasburgiche della contessa e della sincera devozione allo zar di tutte le Russie. Nei prodromi non si presentava un’unione felice e infatti non lo fu. In brevissimo tempo Giulia si era sposata e separata per ben due volte.

E non furono i mariti i suoi grandi amori. Era noto a Milano il profondo affetto che nutrì per il poeta Pezzi. Fu, il loro, un amore devoto e sincero. Giulia gli fu fedele. Tuttavia ebbe anche un pessimo (ma innocente, perché involontario) ascendente su di lui: la condotta frivola e spendacciona della contessa incoraggiò il Pezzi a fare altrettanto. Negli anni della sua passione per lei spese oltre ogni ragionevole limite, per l’abbigliamento, per i cavalli, per oggetti e oggettini vari, tanto preziosi quanto inutili. Compresi i secchi d’argento utilizzati come stoviglie da cucina.

Ma la vera, grande passione di Giulia Samoyloff durante gli anni milanesi fu un artista, il catanese Giovanni Pacini, figlio del più celebre Luigi, tenore e musicista. Giovanni era un giovane ambizioso ed ansioso di emulare le glorie paterne. Aveva diciotto anni quando iniziò a dedicarsi alla composizione delle prime opere buffe, a ventuno si gettò a capofitto nel melodramma, arrivando a comporre, in tutta la sua vita, più di novanta opere. Ebbe un discreto successo, nonostante la qualità della sua ispirazione e della sua musica non arrivarono mai a toccare i sommi vertici dei contemporanei più celebri, come Gioachino Rossini, col quale collaborò per alcuni anni a Roma, e il conterraneo Vincenzo Bellini. Se il pregio artistico, a posteriori, è discutibile, è invece oggettivamente innegabile il fascino che il Pacini, con la sua personalità bohémien, esercitò sulle donne. Nel suo carnet di amanti figura anche Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Qualcuno sussurrava che fosse solo una “corrispondenza d’amorosi sensi”, per dirla con Foscolo, una questione di “affinità elettive”, per citare Goethe. Paolina, irrequieta e passionale come un’eroina romantica, era la moglie di un uomo molto importante, il principe Camillo Federico Lodovico Borghese. Certo, il fatto che fosse una donna sposata non impediva che avesse una relazione col musicista: con lui aveva un’evidente intimità e provava un’ammirazione ardente. Se il loro chiacchierato sentimento fosse solo o no una profonda simpatia non è dato saperlo. Però i rapporti tra i due si raffreddarono quando il Pacini conobbe e prese a frequentare Giulia Samoyloff. Il loro rapporto particolare, che nessuno dei due ebbe cura (né tanto meno l’intenzione) di nascondere, fu presto sulla bocca di tutti. Giulia arrivò ad adottare una figlia di Giovanni, nata da un suo precedente peccatuccio di gioventù. Nonostante l’amore, nonostante la passione, nonostante i ricchi doni di cui lo omaggiava, la Samoyloff fu per lui croce e delizia, non solo per via del caratterino tutto pepe della contessa russa, ma anche perché la sua vicinanza alienò al musicista la stima e il favore di quanti a Milano (ed erano sempre più numerosi) non potevano tollerare la contessa e la sua simpatia per l’Austria. Durante il carnevale del 1842 il Pacini mise in scena alla Scala il Saffo, una delle poche sue opere soppravvissute negli anni alla fossa dell’oblio. Fu un fiasco clamoroso: i fischi rovesciati sul compositore e sugli artisti furono fra i più veementi che il teatro milanese ricordi. Ma la débâcle non colpì tanto il Pacini quanto la sua amante, che per anni aveva fatto il bello e il cattivo tempo nella platea della Scala. Nel dicembre del 1831 le sue losche manovre - un intrigo in piena regola - erano riuscite nel loro bieco intento: risolvere la prima della Norma, firmata dal Bellini (rivale di Giovanni), in un clamoroso insuccesso. L’opera, alla cui rappresentazione era presente anche Giuditta Pasta, era innovativa e originale, ma non al punto da disgustare il palato degli spettatori. Fu la pessima “campagna” messa in piedi dalla contessa a dare a Norma un pubblico prevenuto. Lo scopo era palese: screditare l’astro del Bellini a vantaggio dell’amante. Una mossa pericolosa però: fallire a Milano, di quei tempi, poteva avere pessime ripercussioni su tutta la carriera futura di un artista. Il favore del pubblico meneghino era ricercato ossessivamente, perché - come testimonia il critico Raffaello Barbiera - “la società milanese a quest’epoca è una società filarmonica per eccellenza. Molti nobili coltivano la musica al punto da ingelosire gli artisti del mestiere”. Una musica, dunque, che era più affare dell’aristocrazia che non degli addetti ai lavori! Il tribunale del tempo, tuttavia, non è cieco come l’opinione: Norma fu fischiata, ma resta un capolavoro immortale e inarrivabile dal modesto Pacini. E il fiasco di Saffo, in ogni caso, rese giustizia del tiro mancino giocato tanto tempo prima.

Gli ultimi anni milanesi della Samoyloff furono contraddistinti dall’acuirsi del livore nutrito nei suoi confronti dai sempre più numerosi e arditi patrioti in seno alla nobiltà milanese. Nel 1855 diede disposizioni ai suoi tutori perché palazzo Bigli fosse venduto e alla servitù perché preparassero bauli e bagagli. Fu una viaggiatrice instancabile, una nomade nello spirito, alla continua ricerca di una dimora che non trovò più, di una pace che ormai iniziava a desiderare. Si spostò di continuo per la Francia, da Parigi alla Costa Azzurra, imitando il personaggio che era stata nei suoi anni migliori.

Si spense nella capitale francese nel 1875. Nel suo testamento destinò le sostanze sopravvissute all’ultimo dei suoi amanti, un medico di Tolone, tale Ferdinand Bouljarel. In vita aveva sempre dedicato molto tempo alla cosmesi. E prima di chiudere gli occhi per l’ultima volta, chiese alla sua cameriera personale di tingere di nero le sue sopracciglia, affinché nessuno potesse accorgersi che erano incanutite. Giulia non fu mai vecchia. E la morte non fu per lei che una nuova, eccentrica scoperta.

 


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