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AMMASSO DI IMMONDIZIA: È REALMENTE IL TEMPO GOVERNATO DALLA CULTURA DEL CONSUMO? SCUOLA TECNICA TURISMO S. FREUD

22 giugno 2016

Quello che rifiutiamo, che buttiamo nella spazzatura, i rifiuti che ogni civiltà umana ammucchia non sono solo cose che hanno esaurito la loro efficacia o che si sono decomposti, ma precisano anche ciò che noi stessi siamo.

È questo il lato più preoccupante – il tabù – della spazzatura. Essa ci interessa da vicino perché la nostra natura finita ci accomuna con il suo destino. È il seguito naturalissimo dell’ampia problematica della gestione dei rifiuti nella storia della civiltà umana. Non siamo forse tutti noi destinati a finire, a decomporci? Il nostro viaggio non è dall’essere al nulla, dall’esistenza alla polvere?

Tuttavia il rifiuto non può mai essere smaltito del tutto; qualcosa resta, eterno, ponendo, tragicamente, il problema del suo smaltimento. Non accade anche in politica, dove il “riciclato” è lo spettro del rifiuto che ritorna ininterrottamente come un incubo resistendo a ogni tentativo di rottamazione? È un fatto: non esiste civiltà senza fogne. Ma se così è, se questo è il destino mortale che ci attende e ci costituisce come esseri umani, tutto è davvero da buttare? Tutto, la vita stessa, assomiglierebbe a un’immondizia da gettare via? Non è questo l’insegnamento di una vita come quella di Giobbe che impara in una accrescimento malvagio la trasformazione di tutti i suoi beni – compreso quello del proprio corpo – in rifiuti, in scarti indecenti?

«I rifiuti sono quello che rimane quando non rimane nient’altro», scrive Alberto Zaccuri, scrittore e saggista di raffinata intelligenza in un ricchissimo recente libro dedicato al tabù dei rifiuti: Non è tutto da buttare. La sovrabbondanza da smaltire dei rifiuti si unisce con il problema della mancanza. Il rifiuto è simbolo di ambedue: è qualcosa che ci circonda e che esige un collocamento, ma è anche qualcosa che segnala l’inappagamento della nostra ambizione. Ogni oggetto non è mai in grado di attenuare la mancanza. Il discorso del capitalista accentua non a caso la rapidità della trasfigurazione delle cose in spazzatura. Gli economisti la chiamano obsolescenza: in tempi sempre più veloci le cose scadono rivelando dietro alla gloria breve della loro esistenza la loro radice mortale. La cultura del consumo è un grande sapere dello scarto. Le nostre case sono piene zeppe di cose morte. Lo stesso DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha recentemente aggiunto tra le nuove sindromi quella di chi non riesce a liberarsi degli oggetti acquistati accumulandoli immaterialmente e caoticamente nella propria casa (“disturbo di accumulo” o “disposo fobia”).

Alla fine della sua vita Tommaso d’Aquino dichiara tutti i suoi scritti null’altro che “sicut palea”, scarto, letame. Il lustro narcisistico dell’immagine del grande filosofo al culmine della sua fama lascia il posto al suo destino mortale, al suo essere “niente”. Egli non cerca protezione nel culto nevrotico della bellezza come replica difensiva di fronte alla marea straripante dei rifiuti, non crede nella bella conformazione che dovrebbe difenderci dal rischio del contagio con l’informe. Non resta, sembra dire il filosofo, che l’humus umano, spazzatura, immondizia, palea. Eppure, come insegna con forza la parola di Cristo, è solo sulla “pietra di scarto” che si può fabbricare una possibile liberazione dell’uomo dall’assillo della sua fine. Cristo si fa egli stesso “scarto” – muore come un delinquente comune sulla croce – per scarcerare la vita dall’idea nichilistica che essa non sia altro che un’orribile casualità. Cristo è uno scarto che ci libera dal destino di diventare degli scarti. Ma il nostro tempo è il tempo della “morte di Dio”: tutto è andato in frammenti, tutto è a pezzi, tutta manca di coscienza, “tutto è vano e inutile”, come predica l’indovino- Schopenhauer in Così parlo Zarathustra di Nietzsche. Questo dimostra che tutto è diventato scarto, che tutto è un insieme imperfetto di macerie, scorie, detriti? Il mondo stesso non sarebbe altro che una grande fogna?

La risposta si trova nel finale poetico della riflessione di Zaccuri. Si tratta di un aneddoto autobiografico. Anche un amore può nascere lungo la strada che conduce alla pattumiera. Gli accadde un’estate di diversi anni fa. Nel tragitto per buttare la spazzatura di delle case vacanze in montagna due giovane si incrociano, si conoscono e si innamorano. In amore, come ci ricorda Leonard Cohen in Suzanne, “tutto accade da qualche parte, non si sa dove, tra i fiori e la spazzatura e i fiori”. Ma cosa resiste alla spazzatura, alla tentazione di buttare via tutto? Per Freud il gioco della vita consiste nel ritardare la fatalità inaggirabile della morte. Questo gioco è possibile solo grazie ad Eros: complicare, allungare, rendere più tortuoso, il cammino che ci farà diventare palea, polvere. È solo il gioco di Eros che può fare della vita qualcos’altro da un’orrenda montagna di rifiuti. Qualcosa persiste. Non tutto è da buttare. Qualcosa può accadere tra la spazzatura e i fiori. È quello che avvenne diversi anni fa a due giovani e che continua ad avvenire. “L’amore”, scrive Zaccuri, è ciò che davvero “resiste”.


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