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Perché si celebra il primo maggio? - Scuola Paritaria Turismo - Milano

30 aprile 2016

Perché si celebra il primo maggio? Che cosa ricordiamo con  questa giornata? 

Il primo maggio è la festa dei lavoratori, non si va a scuola e gli adulti non vanno a lavorare. Perché? Perché il primo maggio è la festa dei diritti conquistati in ambito lavorativo. Risultato ottenuto attraverso lotte difficili e lunghe. Ma non dobbiamo pensare che questi diritti siano validi per sempre: i diritti conquistati si possono perdere. Né dobbiamo pensare che questi stessi diritti siano legittimi per tutti: ci sono delle categorie di lavoratori cui determinati diritti sono ancora negati. Anche riflettere su questo, deve servire tale ricorrenza. Il lavoro è un diritto di ogni uomo e di ogni donna, esattamente come l’istruzione;

È un diritto che in Italia è sancito dalla Costituzione, che ha decretato che la nostra Repubblica si basa sul lavoro.

Il1 maggio può essere un’occasione per riflettere e per formarsi su due temi che hanno insieme profondità storica e abbondanti elementi di presente: il lavoro minorile e i diritti degli insegnanti come lavoratori. La difesa del lavoro minorile parte dall’assunto che il minore, date le caratteristiche condizioni d’inferiorità fisica e le speciali esigenze di tutela morale dovute all’età, richiede di una speciale legislazione. Il primo intervento legislativo a favore dei ragazzi si ebbe in Inghilterra nei primissimi anni dell’Ottocento, e in Francia, poi in Germania e via via in altre nazioni. Le prime norme italiane di tutela del lavoro minorile furono le leggi 11 febbraio 1886, n. 2657, 19 giugno 1902, n. 242 e 7 luglio 1907, n. 416, che riconobbe la legittimità dell’intervento statale nel campo del lavoro minorile e femminile, si decise che i problemi del lavoro e della produzione non potevano ignorare le esigenze scolastiche, l’analfabetismo e la salute del lavoratore, fissarono il limite minimo di età per l’occupazione dei fanciulli a 9 anni e stabilirono in 8 ore giornaliere l’orario di lavoro per i fanciulli inferiori agli anni 12. Nel secondo Dopoguerra, la legge che badò a armonizzare la legislazione in materia di lavoro minorile con i dettami costituzionali fu la legge 17 ottobre 1967, n. 977, grazie alla quale l’ingresso nel mondo del lavoro del minore fu fissato a 15 anni di età. Altre leggi sono state attuate in anni più recenti, anche per adeguare la giurisprudenza italiana alle normative europee. Resta tuttavia il problema dei minori impiegati nel lavoro nero che sfuggono ad ogni accertamento e disciplinamento. Senza considerare che in tutti il mondo 250 milioni di bambini al di sotto dei 14 anni sono costretti a lavorare; fra questi, secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono 120 milioni i bambini tra i 5 e i 14 anni che lavorano a tempo pieno, cioè circa il 50%. Fra questi, 171 milioni svolgono un lavoro pericoloso, e 8 milioni sono vittime delle peggiori forme di sfruttamento (lavoro forzato, ossia una forma di schiavitù, prostituzione, produzione di materiale pornografico, per non parlare poi dell'arruolamento nei conflitti armati).

Per quanto riguarda i diritti degli insegnanti, invece, la prima svolta importante, dopo le leggi sull’istruzione del Regno d’Italia e quelle del periodo fascista, venne dalla Costituzione repubblicana, che sancì per la prima volta la libertà d’insegnamento. Molto importanti per i diritti degli insegnanti furono, poi, i decreti delegati sulla scuola emanati in Italia tra il 1973 e il 1974. Tali provvedimenti introdussero, tra le altre cose, il diritto di assemblea e le libertà sindacali per tutto il personale della scuola.


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