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"PERCHÈ SBAGLIO SEMPRE?" di Daniela Rosa Adele Ferro - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

12 luglio 2016

Ma è possibile che le persone sbagliate capitino sempre a me?”. Una frase del genere, bene o male simile, ciascuno di noi l’ha sentita pronunciare almeno una volta da un’amica o da una collega o da una semplice conoscente.

Per convenire poi con lei sul fatto che, sì, in fondo è vero, perché, in effetti, la poverina sembra perseguitata da una particolare sfortuna quanto ad affari di cuore. Già. Solo che la sequenza d’insuccessi che la nostra amica (o collega o conoscente) ha “collezionato” non dipende per niente da un accanimento della sfortuna nei suoi confronti, bensì da una scelta.

Anzi, da una tendenza particolare nell’orientare il proprio criterio di scelta.

Un atteggiamento predestinato all’errore che già Sigmund Freud individuò nell’essere umano e che denominò “coazione a ripetere”.

E non si tratta solo della tendenza a reiterare la scelta errata del partner. La coazione a ripetere è molto più vasta nella sua applicazione, perché è la tendenza a ripetere più volte lo stesso tipo di errore/errori, anche in situazioni e situazioni differenti.

È più facilmente osservabile nella donna, ma non è una prerogativa femminile.

La coazione a ripetere non fa distinzione di genere: si manifesta in tutti, può colpire chiunque, qualsiasi adulto può esserne preda.

“Preda”, sì. O vittima. Non è una terminologia esagerata, se si pensa che il termine “coazione” vada inteso nel significato di “coercizione”: insomma un obbligo, una costrizione. Chi manifesta i “sintomi” della coazione a ripetere, è come se fosse costretto a scegliere in un determinato modo, come se non potesse fare altrimenti. Perché?

Quando, suo malgrado, un soggetto mette in atto la coazione a ripetere, in modo inconscio sta cercando di porre rimedio a una situazione di disagio che si è verificata durante la propria infanzia: un problema irrisolto, insomma, che da dentro, dal profondo, non cessa di chiedere una soluzione.

Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario che siano riprodotte le circostanze nelle quali si verificò originariamente il conflitto che esige ancora una ricomposizione. Nella coazione a ripetere, quindi, il soggetto – guidato da una pulsione inconscia – ricrea il momento in cui il problema irrisolto si verificò.

Non è necessario che tale problema consista in un trauma che sia oggettivamente tale. Non dev’essere una violenza patita. Ciò che conta nel vissuto psichico, è che il soggetto, da bambino, abbia percepito soggettivamente una particolare situazione come traumatica.

Può verificarsi in quegli adulti che da bambini – e non è per niente un caso raro – hanno vissuto male l’esperienza della separazione dall’adulto, perché (per tutta una serie di motivi contingenti) il bambino non ha elaborato in modo sano l’allontanamento dalla figura genitoriale, quando veniva lasciato alla scuola materna o da una baby sitter o dai nonni, ad esempio. Può svilupparsi allora un’ansia da distacco, che il bambino non ha mai superato.

Da adulto, allora, l’inconscio lo spingerà a sviluppare la certezza che egli non ha bisogno degli altri, è autosufficiente e che quindi non accadrà nulla di male se verrà “abbandonato”. Da qui la necessità di ricreare una situazione predisposta all’abbandono: quell’adulto cercherà persone che rispondano al cliché di chi potrebbe abbandonarlo. Quell’adulto cercherà insomma partner/amici che con tutta probabilità finiranno per staccarsi da lui. E perché tutto proceda nella direzione inconsciamente desiderata, è il soggetto stesso che accelererà l’esito della coazione a ripetere, agendo in modo tale da  incoraggiare il partner/l’amico ad allontanarsi.

Certo, se la coazione a ripetere, dopo “enne” tentativi, conduce il soggetto a risolvere il trauma, a ricomporre la frattura incisa nella propria autostima, fino a dirsi “ecco, ce la posso fare da solo!”, è tutta salute. Il rischio – non marginale né episodico – è invece che il soggetto, dopo ”enne” tentativi di cui sopra, rafforzi invece la percezione di sé come soggetto inadeguato, tale da non meritare l’affetto dei propri simili.

E allora l’autostima va in mille pezzi, come un bicchiere di vetro sottile.

Non è, infatti, detto che la coazione a ripetere sia riconosciuta per ciò che è o, almeno, dovrebbe essere: il tentativo di guarire da un disagio. Potrebbe anzi condurre all’incancrenirsi di quello stesso disagio. Perché le emozioni che il soggetto provò da bambino possono ripresentarsi nella situazione ricostruita, e dominare (perché inconsce, quindi sfuggenti al controllo razionale) il comportamento del soggetto, che ne è sopraffatto.

Per finire, appunto, col dire “Capita sempre tutto a me!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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