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NON SONO IL VOTO CHE MI DAI! - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

16 giugno 2016

Fine dell'anno scolastico e, immancabilmente, scatta la corsa all'ultimo voto: gli studenti superiori per innalzare la media e scampare alle inquietudini di un'estate di ripassi e, i più piccoli, per finire in bellezza. Tuttavia la questione del voto, se ha un aumento in questi scorci di fine scuola, certo non fa sentire la sua mancanza durante il restante corso dell'anno. Se l'oscurantismo pedagogico del Ministero dell'Istruzione ha compiuto la pazzia di reintrodurre il voto numerico (fu il Ministro Mariastella Gelmini -la stessa che sosteneva che ci fosse un tunnel che da Ginevra percorreva l'Italia per raggiungere al Gran Sasso in cui giravano i neutrini), non significa che schiere di genitori si debbano rincretinire unendo offesa al danno.

Dovremmo, contrariamente, diminuire l'importanza del voto, particolarmente nella scuola dell'obbligo (ma non solo) per concentrarci, invece, su ciò che la scuola sembra aver dimenticato: contagiare la bellezza dell’interesse e non l’agonismo della performance; insegnare il senso produttivo del processo e non la instabilità (spesso paradossalmente soggettiva) del risultato.

Il voto non dice chi sei, il voto, come scriveva qualcuno, non è il volto. Ma gli studenti non lo sanno e, in fondo, è così facile, logico persino, pensare che se utilizzi venti secondi per compiere 100 metri, tu sei una persona che può essere rappresentata nell'immagine di quei venti che qualifica e confina; ed è ancora più facile pensarlo se ci sia qualcuno che quei 100 metri li corre, invece, in dieci secondi... e magari questo è il tuo compagno di banco. Fa niente se lui è già alto 1 metri e sessanta e fa atletica da quando aveva cinque anni, fa niente se tu (almeno per ora) sei un po' più grassottello. Quel numero impietoso cancella tutte le storie, le individualità, i percorsi, le peculiarità, le differenze...

Molto prima dell'ex Ministro Gelmini, è William Farish (scienziato inglese) che nel 1792 introduce alla Cambridge University l’idea del voto numerico da attribuire al sapere degli studenti. Prosegue, così, sul finire del XVI secolo, quel processo (iniziato addirittura con Platone) che trova nell'apparente oggettività del numero quel senso di riposante sicurezza, di condivisibile esattezza che è alla base dell'idea di scienza e che, per sua natura, si contrasta all'arbitrarietà del giudizio soggettivo.

Un processo che, insieme ai visibili vantaggi, porta con sé anche una lenta cancrena: l’idea che lo scibile possa essere tradotto in una progressione numerica.

Non è nostra intenzione esercitarci in una demonizzazione del numero, ma cercare di riflettere su come questa fede cieca e incondizionata (per altro sostenuta dai numerosi miracoli, delle tecnologie e delle scienze, che ogni giorno prolificano sotto i nostri occhi) abbia concepito una vera e propria "teologia del numero" che, se non chiusa in un preciso spazio d'uso, diventata svantaggiosa e autodistruttiva, perché non incoraggia, di pari passo, un’idea più ampia di sapere: quella concezione della realtà che passa proprio dal rifiuto dell'oggettività, per dar luogo a tutte quelle forme di conoscenza che stanno di là dal metodo scientifico e che sembriamo aver tralasciato, perdendo progressivamente la nostra privata capacità di conoscere e conoscerci, ad esempio attraverso il vocabolario delle emozioni -non a caso il ricorso a vari esegeti delle emozioni (psicologi e affini) non è mai stato così vasto come in questo quadro di fragile contemporaneità.

In questo senso, il giudizio sulla performance di un ragazzo manifestato attraverso il numero, non è che una tra le tante illustrazioni educanti al concetto numerico della realtà in cui si esprime la diminuzione progressiva verso la barbarie di una cultura tendente a convertire in numeri l’intero universo dell’esperienza spirituale umana.

Amore, sentimenti, odio, paura, intelligenza, verità, menzogna, capacità, ogni cosa oggi apparirebbe poter essere misurata, fino a trasformare l’Uomo in una sequenza di numeri che possono essere inseriti in un computer, in un protocollo, in un giudizio.

Si pensi, in questo senso, all'orrida tassonomia di tutte le diagnosi, specie quelle legate al mondo della psiche, che soprattutto a scuola miete le sue vittime.

Una vera e propria matematica dell'essere che una scuola seria dovrebbe, di là dalle leggi cui è repressa, combattere con forme di contro educazione -ad esempio inserendo quel fondamentale processo di crescita che è l'autovalutazione, accompagnamento operoso all'analisi e alla conoscenza di sé, che vale più di qualsiasi sapere algebrico, geografico o letterario e, anzi, ne è propedeutica.

Ma, laddove la scuola non arriva, possono invece arrivare le famiglie interrompendo subito la lotta e lo sprono al voto che qualifica, per iniziare invece la lotta e lo sprono al sapere che amplifica, -è impressionante e mortificante, in questo senso, vedere quanti genitori lottano perché il figlio prenda uno o più dieci in pagella, ma non muovono un sopracciglio se questi non ha mai letto un libro di là da quelli imposti dalla scuola.

Interrompete ogni coincidenza tra voto e persona. Squalificate il voto, perché ogni volta che un qualcuno commette questo peccato morale, rischia di distruggere il piacere di scoprire e di imparare. Promuovete, invece, (per dare un suggerimento tra i tanti) l'autovalutazione. A prescindere dalla scuola e dal voto che imprime, insegnate ai vostri ragazzi a cogliere, a comprendere le ragioni dei propri successi e dei propri inciampi. Raccontategli che un voto non insegna davvero nulla.


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