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LA "X" NEL COMPORTAMENTO - SCUOLA PARITARIA S.FREUD

24 maggio 2016

La ricerca di un gruppo di ricercatori inglesi, potrebbe rimaneggiare seriamente una  porzione delle teorie sulle diversità comportamentali tra maschi e femmine: sul cromosoma sessuale X esisterebbe un gene, che influenza il comportamento e la capacità di coordinare in modo diverso all’ambiente.

C’è un gene implicato nelle differenze comportamentali tra maschi e femmine? E ancora: è possibile che uno stesso fattore, a seconda che sia ereditato dal padre o dalla madre, concepisca sull’individuo effetti fenotipici diversi? Sembrerebbe di sì. Almeno è quanto si può ipotizzare leggendo i risultati del lavoro di David Skuse, professore di Scienze del Comportamento al Child Health Institute di Londra, ha studiato ottanta ragazze dai sei ai venticinque anni affette dalla sindrome di Turner. Quest’anomalia congenita, che colpisce una donna su 2.500, è dovuta all’assenza di uno dei due cromosomi X. Chi ne è sofferente ha una bassa statura, uno sviluppo sessuale incompleto, una intelligenza normale ma spesso difficoltà di adattamento sociale.

I ricercatori inglesi hanno sottoposto le ottanta pazienti, i loro insegnanti e le famiglie a test neuropsicologici, portati a termine a esaminare il comportamento e a stimare il livello delle eventuali difficoltà di relazione delle pazienti. Risultato: venticinque ragazzi che avevano ereditato il cromosoma X dal padre erano meglio adattati all’ambiente sociale circostante (scuola, famiglia, ecc.) rispetto alle altre 55, che portavano, nel loro genoma, il fattore X di origine materna.

Il team di Skuse, ha quindi applicato gli stessi test a individui sani, maschi e femmine con corredi cromosomici completi. In questo campione, le ragazze (con due cromosomi X, uno ereditato dal padre e l’altro dalla madre) esibivano una capacità di adattamento all’ambiente migliore delle pazienti Turner e anche dei loro della stessa età maschi sani (con un solo cromosoma X, di origine necessariamente materna).

Ecco allora l’ipotesi dei ricercatori inglesi: sul cromosoma X c’è un gene – o più geni – implicato nella condotta e nelle abilità cognitive. Questo gene si esprimerebbe solo sulla copia del cromosoma di origine paterna. Lo stesso gene sarebbe, invece, silente – spento, per così dire – sulla versione materna del cromosoma X. La presenza di questo fattore potrebbe spiegare alcune differenze comportamentali e di apprendimento tra i due sessi, e fornire una spiegazione genetica alla maggiore sensibilità dei maschi nei confronti di alcuni gravi disordini sociali, come l’autismo. Nel genoma maschile, infatti, c’è un’unica copia del cromosoma X e, quindi, del gene incriminato: quella inattiva, appunto. Nelle femmine, invece, sono presenti due cromosomi X. Uno di questi due è ineluttabilmente di origine paterna, e dunque “attivo”.

Ma c’è anche un altro punto di grande interesse nel lavoro di Skuse. Si può ipotizzare anche per la specie umana quanto già rilevato in altri mammiferi: l’esistenza, cioè, dell’imprinting genomico. Della probabilità, in altri termini, che uno stesso gene si esprima in modo diverso secondo la sua origine: materna o paterna. I meriti di questa ricerca non finiscono qui. I risultati di Skuse e dei suoi collaboratori arricchiscono di nuovi elementi l’annoso dibattito sul ruolo della biologia nell’influenzare il dimorfismo sessuale comportamentale: le differenze psicologiche, di relazione, di abilità tra gli uomini e le donne.

Una nota finale: non c’è determinismo nella scoperta del “gene del comportamento”. La genetica non può comprovare da sola la globalità e la complessità delle differenze tra i generi. La biologia non è in grado di invalidare la cultura o la storia della nostra specie o l’ambiente che recinge i singoli individui. I ricercatori inglesi  hanno “solo” trovato un fattore che può influire sulla predisposizione a comportarsi secondo schemi differenti.

 


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