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LA TEORIA DELL' INTELLIGENZA MULTIPLA di Daniela Rosa Ferro - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

23 giugno 2016

Quante volte erroneamente si sente dire a scuola, o sul lavoro, o in una banale situazione domestica intra moenia espressioni del tipo “Usa la testa!”, oppure “Ma sei sicuro di essere intelligente?”. E ancora, quante volte un ragazzo si sminuisce davanti a un voto ricevuto, dicendo a se stesso “Vorrei essere più intelligente”?.

Si tratta, appunto, di modi di dire, ossia di frasi prive scientificamente di senso. Usate – è vero – nella vulgata, nel parlare comune e, purtroppo, nel comune approccio al problema della resa scolastica e professionale in senso lato. Tuttavia, è bene saperlo, erronea.

Tale comune modo di pensare è figlio di teorie ormai datate in ambito cognitivo. La psicologia, quando mosse i suoi primi passi come scienza sperimentale, a partire dal 1879 - anno dell'apertura del Laboratorio di Wilhelm Wundt presso l'Università di Lipsia –, aveva assunto come concetto fermo e fondante la quantificazione del dato psichico, nella necessità di reperire basi oggettive come le scienze allora propriamente dette. Da qui, il bisogno di esprimere in termini numerici anche le capacità intellettive. Ciò che comunemente si chiama “intelligenza”. Non a caso, iniziarono a diffondersi, coi primi del Novecento, i test che misuravano il quoziente intellettivo: nel 1905 ne introdusse una tipologia lo psicologo Alfred Binet, che sarebbe stata successivamente corretta e modificata, dando luogo ad altre, successive tipologie.

Ora, è proprio contro tale approccio deterministico e meramente quantitativo che si pone la teoria delle intelligenze multiple, proposta dallo psicologo statunitense Howard Gardner.

L'idea di di fondo, in termini semplici, è quella secondo cui non esiste un soggetto più intelligente di un altro in assoluto, poiché ogni essere umano (escludendo naturalmente casi di ritardo mentale) è dotato di diversi tipi di intelligenza. L'intelligenza, insomma, non è una e unica. E come tale non è un valore rispetto al quale confrontare gli individui per farne una classifica. Essa è un insieme di capacità cognitive multiformi, che si esprimono in modo soggettivo e diversificato a seconda dell'individuo.

Prima che Garder elaborasse la propria teoria, era già noto almeno che l'intelligenza umana conosce due “varianti”, proposte dal modello cognitivo di Horn e Cattel: l'intelligenza fluida, consistente nella capacità di ragionamento e di problem solving, e l'intelligenza cristallizzata, data dall'insieme delle conoscenze acquisite dal soggetto nel corso del suo percorso formativo e professionale.

Gardner, nel suo testo Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell'intelligenza, distingue nove tipi differenti e fondamentali d’intelligenza, “dislocate” in aree cerebrali diverse. La tipologia logico-matematica è solo una di queste, laddove per quasi un secolo si era ritenuto che essa fosse l'intelligenza tout court. Ecco la rivoluzione di Gardner: l'intelligenza non si può misurare, poiché l'intelligenza umana non è solo logico-matematica. Essa si caratterizza attraverso la memoria dei simboli matematici, il ragionamento deduttivo e la schematizzazione. È localizzata nell'emisfero sinistro. È importante, ma non è la sola. Tutte le tipologie di intelligenza sono innate nell'individuo. Possono tuttavia essere incrementate tramite un esercizio costante, senza il quale – benché innate – possono entrare in una dimensione di latenza. Sono quindi dinamiche.

Quali sarebbero allora le altre aree in cui si le capacità intellettive si esplicano?

Secondo Gardner, esiste innanzi tutto una Intelligenza Linguistica: come suggerisce la denominazione stessa, è l’intelligenza che si manifesta attraverso l'uso di un lessico appropriato e coerente. Non solo: chi la possiede ha la capacità metacognitiva di riflettere sul linguaggio stesso e sull'uso che ne fa.

Gardner parla poi di Intelligenza Spaziale, consistente nella corretta percezione di forme e oggetti nello spazio, tanto che è possibile riconoscere chi la possiede dal fatto che il soggetto in questione memorizza facilmente i dettagli ambientali, l'esteriorità fin nei dettagli, si orienta anche in ambiente contorto.

Esiste quindi l'Intelligenza Corporeo-Cinestesica. Essa è localizzata in un'area che comprende coinvolge principalmente il cervelletto e il talamo. Come la riconosciamo? Essa si manifesta attraverso una buona padronanza del corpo e la coordinazione nei movimenti.

L'Intelligenza Musicale consiste invece nella capacità di riconoscere l’altezza dei suoni e le armonie.

Esiste anche un'Intelligenza Interpersonale, che investe e, per così dire, chiama in causa tutto il cervello. È fondamentale per l'essere umano che vive in società, poiché si manifesta nella capacità di capire il prossimo in modo empatico, ma anche nel saper predisporre situazioni sociali favorevoli.

In un primo tempo, il modello di Gardner si fermava all'Intelligenza Intrapersonale, ossia il settimo tipo: essa è simile alla precedente, ma è proiettata sul soggetto stesso, anziché sull'altro. Questo tipo di intelligenza consente di comprendere se stessi, perché il soggetto possa contestualizzare il proprio Io nella società nel modo più proficuo per lui.

Alle sette intelligenze, successivamente, Gardner ha aggiunto l'Intelligenza Naturalistica, che consiste nella capacità di individuare determinati oggetti naturali per operarne una classificazione precisa e rigorosa in base alle relazioni fra essi; e l'Intelligenza Esistenziale, tipica di chi dimostra di saper riflettere con consapevolezza sui grandi temi della vita umana.

Si tenga tuttavia presente che neppure il modello delle nove intelligenze, secondo Gardner, esaurisce la complessità delle capacità cognitive umane. Giacché ogni Intelligenza individuata è in realtà non una tipologia specifica, quanto piuttosto una macro-area, che si articola in varie sottocategorie.

La domanda, dunque, non può più essere “ Quanto siamo intelligenti?”. La questione va posta nei termini “Quale intelligenza siamo?”. 


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