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L'AMORE DI MILANO. LA CONTESSA CLARA MAFFEI - A cura della Prof.ssa Ferro Daniela - SCUOLA TECNICA TURISMO S. FREUD

28 novembre 2016

La contessa Clara Maffei guadagnò la propria libertà immolando tutto al suo vorace altare. Senza remore, senza rimpianti, senza mai guardarsi indietro. La fuga della madre dalla casa paterna, un matrimonio alla deriva, la separazione dal marito, la passerella di intellettuali e artisti nel salotto per antonomasia della Milano risorgimentale, la tribolata relazione con l’amato-amico Carlo Tenca, al di fuori delle convenzioni sociali come di qualsiasi schema di coppia: la vita di Clara Maffei fu un romanzo epistolare scritto e cucito dalle lunghe lettere vergate dalla sua penna.

Era regina nel suo salotto, ma perennemente in guerra con se stessa. La vita sociale di Clara fu aliena alla sua intimità. “L’arte di ricevere è l’arte di sacrificarsi” – diceva la Maffei. Soffrì di acute crisi depressive durante le quali languiva in uno stato di profonda prostrazione. Quando il suo salotto si svuotava lei perdeva la sua energia, l’allegria, i sorrisi che era capace di dispensare ai suoi ammaliati ammiratori. Sotto la patina dorata dell’eroina romantica resta l’incrostazione lasciata da molti ambigui interrogativi ancora aperti sull’identità e la vicenda della Maffei. La sua affabilità, la sua cortesia furono allora mera e artificiosa affettazione o sgorgavano da un impulso vitale e autentico? E il suo circondarsi di nomi di spicco, dei protagonisti del suo tempo, della loro aurea fama incarnava forse solo un intento dannunziano di vivere la propria vita come un romanzo, di fare delle sue giornate una collezione di nomi e volti, o era un sincero slancio per l’arte che le faceva sentire così vicini scrittori, giornalisti, poeti, pittori e musicisti? E l’ideale politico, il furore mazziniano, l’ideale dell’unità nazionale erano il suo unico sincero movente o piuttosto celavano un vuoto negli affetti e nel cuore della contessa?

“Le passioni forse non erano per me: non seppero mai vincermi affatto, ed io sapea bastantemente dominarle. La fantasia, il cuore le accettava, la coscienza e un altro senso misterioso le combatteva: insomma, ero nata per essere in una posizione regolare e contornata d’affetto; ed invece la fatalità o la mia debolezza mi posero in false posizioni”. L’indipendenza impose a Chiarina – com’era familiarmente chiamata la contessa – sacrifici e rinunce che disegnarono a sua insaputa un destino al quale Clara rimproverò la solitudine cui sentì di essere stata ingiustamente condannata.

“Io appartengo a me medesima”. È il grido di una donna coraggiosa, ma disillusa. Dall’amore, dagli affetti, dal suo mondo. È la volontà di libertà spinta fino all’ossessione di un’eroina da romanzo, sospesa e incerta tra le grottesche sorti della Commedia Umana di Balzac e il delirio insaziabile di vita di una Madame Bovary. Libertà: in ogni sua forma, in ogni sua sfumatura. Libertà e indipendenza: dal marito, dall’amante e per la sua terra. Questa parola – libertà – è il significato, il valore, la vita della salonnière Clara Maffei, la dama del risorgimento lombardo, colei che seppe fare della trasgressione la più casta delle virtù.

Clara Maffei serbò un ricordo intatto e incorrotto della sua infanzia come “la sola epoca non infelicissima” della propria vita.

Elena Chiara Maria Antonia Carrara Spinelli - questo il nome per esteso - nacque a Bergamo il 13 marzo 1814. Per gli estranei era “Clara”. Parenti e amici intimi la chiamavano affettuosamente Chiarina, in omaggio alla nonna materna, la poetessa Chiara Trinali. Dai genitori Clara assimilò tutto quanto formò la sua personalità di salonnière. Nella casa paterna Clara maturò una spiccata devozione per l’arte e la letteratura. E sotto la forte influenza della madre respirò un’atmosfera di anticonformismo. Clara era figlia del conte Giovanni Battista Carrara Spinelli di Clusone, letterato, drammaturgo e poeta, e di Ottavia Gambara di Brescia, degna e convinta discendente di una famiglia di noti ideali giacobini e di idee progressiste.

Clara desiderava diventare il ritratto vivente di sua madre, per la quale nutriva un’adorazione che sembrava spesso sfociare in un culto patologico e ossessivo per la sua figura. Si sentiva la “figlia unica adorata” di Ottavia. Anche quando la madre abbandonò la famiglia per diventare la concubina di un tale Belli. E ancora quando Ottavia morì, prematuramente, lontana dai suoi. “Povera Mamma, quanto mi amava, e quanto io l’amo sempre sempre!” scriveva la piccola Clara durante la sua “segregazione” nell’Istituto degli Angeli di Verona, dove la collocò la madre una volta abbandonata la casa del conte Carrara Spinelli.          Scuola Privata Milano

Era il 1820. Clara non aveva che sei anni. Alla morte della madre, il conte la richiamò a Milano per iscriverla nella scuola di educazione di Madame Garnier. La preferenza del conte era caduta su una scuola laica. E non certo delle migliori. Madame Garnier non aveva la reputazione di una donna dalla cultura enciclopedica. Probabilmente l’acume vivace e il temperamento fiero della moglie Ottavia avevano convinto lo Spinelli che per una donna fosse preferibile un’istruzione meno accurata che le impedisse di coltivare idee e chimere. “Nessuna delle allieve di Madame Garnier – scriveva la giovane Clara – è trascurata nella persona, forse saremo un po’ ignorantine, ma almeno abbiamo il buon senso di saperlo d’essere”. L’intento del conte era quello di allontanare dalla figlia ogni traccia dell’influenza esercitata dalla madre. E di formare una compita giovane donna, senza idee, ma di bell’aspetto e di buone maniere, da accasare il prima possibile.

Clara aveva diciassette anni quando fece la conoscenza del suo pretendente ufficiale, Andrea Maffei. Questi era un giovane poeta alla moda e spiantato quanto basta per far palpitare il cuore di giovani romantiche e inesperte. Il Maffei aveva allora appena superato la trentina. I suoi morbidi capelli biondi incorniciavano un volto segnato da un velo di malinconia squarciato da due limpidi occhi azzurri. Clara non era allora nelle condizioni di opporsi al suo fascino. Forse il conte Spinelli avrebbe desiderato di meglio per la sua unica figlia: Maffei non discendeva da una casata illustre, la sua famiglia apparteneva alla piccola nobiltà trentina nella quale, peraltro, neppure spiccava.

Il giovane non disponeva di grandi risorse economiche. Si guadagnava da vivere, più che con le poesie e le traduzioni dal tedesco e dall’inglese – la cui fattura gli valse l’epiteto di traduttore-traditore - con il suo impiego “ufficiale” di consigliere segretario presso il tribunale criminale di Milano. Il suo (modesto) salario gli sarebbe bastato per condurre una vita senza affanni e preoccupazioni, se non fosse stato per quel suo deplorevole vizio - che lo rendeva senz’altro molto bohèmien agli occhi delle fanciulle, ma anche perennemente indebitato – di scialacquare quanto guadagnava tra caffè e gioco d’azzardo.

Andrea era quello che si dice un uomo à la page, che sapeva istrionicamente combinare un aspetto gradevole a maniere squisite. Clara ne era sinceramente innamorata. Almeno tanto quanto ogni altra giovane aristocratica milanese. Pare insolito, e non conciliabile con questo ritratto da scapolone impenitente, il desiderio di Andrea di prender moglie. Il Maffei era noto per la sua allergia al matrimonio. Era solito dire che “il matrimonio è una cosa tanto seria che, prima di contrarlo, bisogna pensarci tutta la vita”. Tuttavia la prospettiva di un’unione con una casata nobile e di lunga tradizione lo allettava. E Clara per lo più non gli dispiaceva affatto.

Il 10 marzo 1832, tre giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Clara unì il suo destino a quello del poeta Andrea Maffei. Le nozze furono celebrate nella parrocchia dei Carrara Spinelli, in Santa Maria alla Porta. La sposina era radiosa. “Beato lui che ti piagò nel cuore,/ Angelo bello dalle nere ciglia,/ e dal viso gentil, che s’invermiglia/ Quale rosa che mette il primo fiore” scriveva il poeta vicentino Jacopo Cabianca sulla giovane Clara Carrara Spinelli in Maffei.

Chiarina era al colmo della gioia. Durante il viaggio di nozze, in una lettera al conte suo padre, scrisse raggiante: “in una parola, noi siamo felici”. Il sorriso era sul suo volto come su quello del suo amato. Non c’era altro d’aggiungere. Non c’era nulla da spiegare. I due sposini si amavano. E il sentimento che li legava era la fonte unica ed esclusiva della loro indescrivibile gioia, così intensa, così perfetta da lasciare loro stessi senza parole.

L’idillio tuttavia non durò che un alito di vento. Come se il fuoco della passione avesse arso i due amanti fino a consumare le ceneri del sentimento.

Di ritorno a Milano la coppia andò ad abitare in via dei Tre Monasteri (l’attuale via Monte di Pietà). Andrea tornò al lavoro. E alle sue inestirpabili abitudini. Il gioco e i caffè riempivano tutto il suo tempo libero. E a Milano non mancava occasione a un giovane dandy per distrarsi dai suoi doveri coniugali. La città contava, oltre a teatri e salotti, ben 117 caffè, “dove – racconta Cesare Cantù - si ministran bevande, ozio, novelle”. Il caffè dell’Accademia, il Caffè del Giardino, il caffè Cova, il Martini… non c’era che l’imbarazzo della scelta.

La giovane sposa si sentiva giorno dopo giorno sempre più relegata in una dimensione lontana dagli interessi del marito. Iniziarono incomprensioni, discussioni, pianti a dirotto. Fino al drammatico, ma non inaspettato epilogo finale, che si consumò a casa di donna Fulvia Scotti, dove la coppia si era recata in occasione di un ballo. Qui Andrea scomparve dalla vista di Clara con la promessa di tornare a prenderla. Ma non tornò. E non c’era scusa né motivo plausibile al di fuori dell’unica, lapalissiana certezza: il giovane poeta si era dimenticato di sua moglie. Clara era uno sfondo opaco e sbiadito nella vita del Maffei, non l’astro luminoso che si era illusa di essere. Le fu negata anche la speranza di rinsaldare la sua unione con la prole. Nacque una bambina cui fu dato il nome di Ottavia. Dopo soli nove mesi morì. Clara conobbe allora i primi sintomi di un infido male che l’accompagnerà per tutti i suoi giorni. Dentro di sé non sentiva altro che un incolmabile vuoto. Si chiuse in casa a coltivare in totale solitudine il focolaio della depressione.

Il Maffei era un sacerdote fedele al culto del divertimento. Tuttavia non era un mostro. La pena che gli causava la vista della moglie sofferente non lo persuase a disertare i suoi “templi” prediletti. Ma s’ingegnò per trovare alla moglie una qualche distrazione. Andrea sapeva bene che Chiarina era in grado di dare il meglio di sé nel ruolo di padrona di casa. Era fatta per accogliere, amorosa, disponibile, servizievole i suoi ospiti. Molte nobildonne in quegli anni avevano aperto i proprio salotti che erano diventati i ritrovi prediletti per intellettuali, artisti, patrioti. Isabella Teotochi Albrizzi, Marina Quercini Benzoni, Emilia Peruzzi… e ora Clara Maffei. L’infelice sposa si apprestava a diventare la regina delle salonnière lombarde. Il volto della Maffei sembrava riacquistare la vita e il sorriso in misura proporzionale al numero di ospiti che varcavano la soglia della sua casa.

Il salotto Maffei non fu all’inizio un quartier generale di mazziniani e cospiratori, come invece viene consegnato alla memoria dei posteri. Negli intenti di Andrea e delle sue velleità artistiche, doveva riflettere il gusto e il clima dell’epoca. E Clara assecondò volentieri le ambizioni del marito, fino a farle proprie.

La porte di casa Maffei si aprirono nel 1834. A tenere a battesimo il salotto furono Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. Per Clara, che era sempre vissuta nel culto del Manzoni, ospitare due uomini così vicini al padre dei Promessi Sposi fu fonte di una gioia che le fece temporaneamente dimenticare i patimenti del matrimonio. L’autore del Marco Visconti dedicò alla sua graziosa ospite un frizzante madrigale. E lo spirito vivace e brioso dell’aitante d’Azeglio contribuì non poco ad animare queste prime serate e a rendere noto il salotto Maffei a Milano.

La lista degli invitati in breve tempo diventò cospicua e di apprezzabile caratura. Clara si scoprì perdutamente invaghita della fama che avvolgeva il nome dei suoi ospiti. Come una novella Madame Bovary, diventò una virtuosa nell’arte del collezionare. Ma a differenza della disperata eroina partorita dalla penna di Flaubert, Clara non collezionava amanti, bensì personaggi illustri.

Iniziò a frequentare la casa dei Maffei anche il giovane pittore Francesco Hayez. Le serate di Clara fornirono al veneziano pregevoli spunti per le sue tele, dalle opere del Grossi alla traduzione - confezionata proprio dal Maffei - della Maria Stuarda di Schiller. L’amicizia con Hayez regalò a Clara fiducia e serenità. La donna tenne gelosamente con sé il Valenza Gradenigo al cospetto del padre inquisitore, la tela di cui il pittore le fece dono e cui dedicò sempre il posto d’onore nelle sue diverse abitazioni. E fu proprio l’Hayez a ritrarre l’inquieta Clara in una tela i cui tratti veloci, rapidi, sfuggenti tratteggiano garbatamente la riottosità della contessa a posare.

Clara fu a Milano una delle poche ad aprire le porte della sua casa a una coppia che aveva dato scandalo offendendo la sensibilità e la moralità dei benpensanti del tempo. Ma a Clara, che era cresciuta nel disprezzo del conformismo, non recò alcuna difficoltà ospitare Franz Liszt e la sua “compagna”, Marie d’Agoult, additata da tutte le gentildonne d’Europa perché colpevole (ai loro occhi) di aver abbandonato marito e figli per seguire un borioso dongiovanni – il Liszt –, più giovane di lei. Ma mentre bigotte e moraliste avrebbero volentieri ripristinato per lei il rogo, Clara si sentì onorata di accogliere la coppia. Liszt si esibì più volte nel salotto della contessa. Ne apprezzava l’equilibrio, la discrezione, l’intelligenza. Il musicista era noto per la sua tronfia vanità che lo portava a raccogliere i frutti del suo successo fra il pubblico femminile ostentando un’irritante superbia. Ma con Clara non sfoderò mai le sue affilate armi. La stimava troppo. E l’affetto che provò per lei, puro, scevro da qualsiasi occulta finalità, fu sincero e duraturo.

Hayez e Liszt non erano che le prime fra le celebrità di cui si fregiò il salotto della Maffei. Il nome del romanziere francese Honoré del Balzac era già gravido di onori in ogni grande città del vecchio continente, quando anch’egli vi fece il suo ingresso.

In fuga dai suoi assillanti e pervicaci creditori, Balzac arrivò a Milano il 19 febbraio 1837. A condurlo in casa Maffei fu la contessa Fanny Vimercati Sanseverino, sorella del principe Alfonso Porcia che aveva fornito a Balzac ospitalità durante il suo soggiorno milanese. Fanny s’ingegnò di mettere in guardia la sua amica Clara dal “foco” di quest’uomo, dall’aspetto e dalle fattezze non certo attraenti, ma dalle passioni voraci e incandescenti. Clara se ne reputò immune e iniziò a ricevere Balzac con una frequenza che a molti non tardò di sembrare sospetta. “Non dimenticherò mai, dovessi vivere un secolo ancora, l’impressione ch’ella fece su di me” scrisse il romanziere a proposito della sua giovane ospite. Il salotto di Clara era sempre aperto a Balzac, anche al di fuori dei canonici orari e giorni di ricevimento. Forse Clara trovava appagante sedurre questo personaggio originale e geniale. Ma fu lei ad esserne sedotta a sua volta. E non dall’uomo, ma dalla sua fama e dal suo successo. “J’adore le génie!” esclamava alludendo a Balzac. Dalle parole calde e intense con cui Balzac tratteggiò la figura di Clara si percepisce una passione che ormai lo divorava: “La Contessa Clara era piccola, ma si sarebbe cercato invano, e da parte mia non ne ho mai trovate, una figura più elegante, più snella e più morbida (…). Capelli neri come l’ebano, brillanti come jai, ricadevano in grossi boccoli lungo le sue guance colorite (…). Allora, sarebbe stato impossibile immaginare qualcosa di più gaio, di più vivo, di più animato di quel volto in cui la regolarità dei tratti si trovava riunita alla mobilità, alla finezza della fisionomia (…). Non avrei cercato altro modello, se avessi avuto il cesello di Canova o il pennello di Tiziano e di Paolo Veronese…”.

Le malelingue non attendevano altro. Erano note a tutti le difficoltà che incrinavano il matrimonio dei Maffei. E un’amicizia “pericolosa” di Clara per una personalità illustre e chiacchierata come Balzac avrebbe potuto essere, se confezionata a dovere, lo scandalo dell’anno. Le voci giunsero all’orecchio di Andrea. Era necessario mettere sull’avviso Clara, immediatamente. Ma la donna non voleva sentire ragioni. E proclamava candidamente la propria innocenza. Il problema trovò la sua naturale soluzione nella partenza da Milano di Balzac. I due tuttavia non cancellarono i loro rapporti. Intrattennero un fitto scambio epistolare. Balzac le dedicò il racconto La Fausse maîtresse, dove la figura di Chiarina è celata sotto le mentite spoglie della contessa Clementina. Per il romanziere francese il salotto Maffei fu il monte Elicona. E la giovane Chiara la più luminosa delle Muse.

Il 9 marzo 1842 segnò lo splendido trionfo del Nabucco. E consacrò nell’Olimpo dei musicisti l’astro nascente di Giuseppe Verdi. Un simile ospite non poteva mancare nel salotto dei Maffei. Per Andrea riuscire a condurre il Verdi nella propria casa divenne una questione di principio. Non solo perché la presenza di un tale personaggio, ormai sulla bocca e nel cuore di tutta Milano, sarebbe stata la consacrazione ufficiale per il salotto di Clara, ma anche perché – il Maffei ne era profondamente convinto – tra lui e il parmense poteva nascere un fruttuoso sodalizio artistico. Accadde ciò che doveva essere. E Verdi appagò le velleitarie ambizioni artistiche del Maffei musicando alcune delle sue romanze. Fu l’atto di nascita di un’amicizia solida e duratura.

Il ménage famigliare era alla deriva. Neppure il salotto, gli ospiti, le soddisfazioni che ne erano derivate avevano potuto rinsaldare l’unione della coppia. E a nulla valse il trasferimento in palazzo Belgioioso, dove i Maffei andarono a occupare un appartamento al secondo piano. La vecchia casa in via dei Tre Monasteri era diventata troppo angusta per ospitare l’allargata cerchia degli ospiti.

La nuova abitazione coincise con un cambiamento di rotta nelle sorti del salotto Maffei che andava sempre più assumendo i caratteri e la fisionomia di Clara. La contessa iniziò a ricevere anche intellettuali che avversavano il regime austriaco. E durante le serate in casa Maffei si cominciò a discutere di politica. Che Chiarina condividesse e amasse le idee di Mazzini non era un segreto per nessuno. E tanto meno per Andrea che con sedicenti patrioti, cospiratori e carbonari non voleva avere nulla a che fare. Ma l’indisponenza del marito non inibì Clara. Diventò un assiduo frequentatore delle serate dei Maffei il poeta Giovanni Prati da Trento, che compose per l’album della contessa una ballata dedicata a una disgraziata vergine sottomessa a un crudele tiranno. Nessuno poteva dubitare sull’identificazione della vergine (l’Italia) come dell’oppressore (l’Austria). Ospite già da tempo ricevuto e apprezzato era il patrizio Giulio Carcano. Questi, vicino al Manzoni e al suo ambiente, collaborava al tempo per la “Rivista Europea”. Fu proprio il Carcano a portare con sé amici e colleghi che ne condividevano le idee e il fervore politico, come Gottardo Calvi, anch’egli attivo per la “Rivista Europea”, e Carlo Tenca.

Era il 13 marzo 1844. Il debutto di Tenca nel salotto Maffei segnò allo stesso tempo il suo ingresso nel cuore di Chiarina. L’impatto col giovane Tenca fu istantaneo e lasciò un segno profondo e indelebile. Clara non aveva mai sentito dentro di sé quell’ardore che s’impadroniva di lei ascoltando parlare quest’uomo che riusciva ad affascinarla qualunque cosa facesse o dicesse. Da tempo già il Tenca collaborava con alcuni periodici per i quali prestava la sua attività di critico letterario. Ma era anche conosciuto per la sua accesa fede mazziniana. I suoi modi erano energici, decisi, risoluti. La sua bellezza non tradiva la costruita affettazione che sprigionava dai tratti dolci e gentili del Maffei. Carlo era un’altra persona, sotto ogni punto di vista. E cristallizzò nella sua mente l’immagine di una Clara amareggiata e malinconica. Intuì subito le difficoltà matrimoniali della coppia. Il suo lungo carnet di esperienze sentimentali gli aveva lasciato le conoscenze necessarie per tramutare l’amicizia di una donna triste e sola in qualcosa di più. E non fallì. Qualche mese dopo il primo incontro, il Tenca ottenne un cordiale invito alla villa di Clusone dove Clara era solita trascorrere il periodo di villeggiatura. Era un privilegio per pochi eletti. E in breve tempo il Tenca seppe diventare per Clara il più intimo. Quando Carlo fece ritorno a Milano Clara sentì in cuor suo un enorme vuoto. Il carteggio dei due tradisce stati d’animo ed emozioni che già all’inizio della loro conoscenza erano già ben oltre i toni cordiali tra due amici. “Io penso pur sempre a quelle dolci veglie, in cui rinacqui con voi alla poesia della vita e gustai l’intera pienezza del sentimento” scriveva Clara al Tenca. E quando i due si ritrovarono nel salotto di lei, nel freddo autunno milanese, Carlo poteva ormai essere certo dei sentimenti di Clara. “Spesso il cor così profonde/ Le sue cure a ignota dama/ Ma l’affetto in sé nasconde/ Nulla chiede all’altrui cor”. Ma non gli era più necessario chiedere. Il cuore di Clara era già suo.

L’amicizia col Tenca accelerò il decorso di un processo irreversibile. Continuare a vivere come legittimi coniugi non era più accettabile. Nel settembre del 1844 Andrea scriveva all’amico Gazzoletti che “il matrimonio sarà cosa buona, ma non per noi, non per gli animi caldi e per le nobili fantasie de’ poeti: e quando non felice, è l’inferno anticipato”. Ma l’inferno in cui si stavano consumando l’anima e il corpo di Clara era altra cosa. La donna ardeva allora nella delusione per un amore sbagliato e un matrimonio gettato al vento. E intanto sentiva il calore bruciante della nuova passione che s’insinuava sempre più potente in cuor suo. Clara non poteva né voleva difendersi. Non sopportava Andrea. E più non tollerava suo marito più desiderava la vicinanza di Carlo.

Verdi, reduce dal secondo trionfo milanese con I Lombardi alla prima crociata, diede a Clara un grande sostegno emotivo. Le fu accanto durante la lunga permanenza a Clusone nell’estate del ’45, soggiorno che Clara aveva prolungato oltre ogni ragionevole e giustificabile durata. E le nascose la malattia del Maffei per non costringerla a partire per Milano. Ma ogni stratagemma serviva solo a prolungare l’agonia. Vi era un solo rimedio: la separazione.  Clara non temeva alcuna conseguenza, né per sé né per l’amato Carlo, che aveva conosciuto così ostile alle regole e alle convenzioni. Furono Giuseppe Verdi e Giuseppe Giusti, anch’egli affezionato frequentatore del salotto Maffei, a fungere da testimoni dell’atto di separazione. E Tommaso Grossi s’incaricò di redigere l’atto legale. Il 15 giugno 1846 Clara poteva dire finalmente di non appartenere ad altri che a se stessa. E a Carlo, naturalmente. Ma l’amore aveva fuso le loro due persone in un’unica anima. Carlo dava a Clara tutto ciò che desiderava.

Il disprezzo che Clara aveva orgogliosamente ostentato verso i pregiudizi e le formalità del suo tempo non la salvò tuttavia dalla pubblica condanna. Aveva abbandonato suo marito, aveva sciolto un legame sacro, un giuramento pronunciato davanti a Dio. L’amica d’infanzia Teresa Papadopoli, compagna di collegio ai tempi di Verona, le aveva consigliato di non esibire la sua nuova relazione, di viverla nell’ombra, perché la società si sarebbe vendicata. Nell’estate del ’46 la sua amata Clusone le fece chiaramente intendere di non essere la benvenuta. Il ritorno a Milano, quell’anno, fu per lei un’autentica liberazione. Ma occorreva trovare casa. La scelta cadde su un’abitazione al primo piano del numero 46 in corsia dei Giardini, l’odierna via Manzoni. Clusone l’aveva giudicata, condannata, isolata. E Milano, come avrebbe reagito alla sua nuova situazione? Il salotto avrebbe patito le conseguenze del suo gesto? Clara non poteva immaginare che stava allora per aprirsi la stagione più fiorente.          Scuola Tecnica Informatica

Le serate di Clara assunsero una colorazione sempre più politica. E Tenca ne era il protagonista. Parole, pensieri, idee che avevano agitato a lungo il salotto si concretizzarono all’alba del 18 marzo 1848. Fra i più accesi rivoluzionari che parteciparono alle cinque giornate di Milano vi erano molti dei frequentatori del salotto di Clara: Emilio Morosini, Luciano Manara, Carlo De Cristoforis e i fratelli Mancini sono solo alcuni degli amici di Chiarina che scrissero il loro nome in quelle sanguinose pagine di storia. Il Governo provvisorio che si era instaurato in seguito alla temporanea disfatta asburgica elesse a sua sede putativa proprio il salotto di via Manzoni. I suoi esponenti erano per lo più assidui ospiti di Chiarina e le serate trascorrevano nel discutere animosamente i problemi legati alle nuove contingenze politiche. La fazione monarchica, guidata dal conte Cesare Giulini, si opponeva al più cospicuo partito filomazziniano, le cui voci più eminenti erano quelle del Tenca, di Cesare Correnti, del marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga.

L’euforia rivoluzionaria ebbe vita breve. La sconfitta dei piemontesi a Custoza lasciava poche speranze ai milanesi. E il ritorno degli austriaci si colorò del sangue delle violente rappresaglie ordinate da Radetzky. In molti furono costretti a lasciare Milano per riparare in Svizzera. Fra questi il Tenca e Clara, che trovarono rifugio nel Canton Ticino. Qui la contessa poté appagare il suo divorante desiderio di conoscere Mazzini, fuggito a Lugano. L’incontro non maturò gli effetti desiderati. Clara rimase delusa dal Mazzini tanto quanto questi rimase deluso dalla contessa. Ma la parentesi elvetica si rivelò comunque un momento d’oro nella vita di Clara. Il mito di Mazzini era crollato, per lei, sulle sue stesse ceneri. Ma lontana da Milano, lontana dal suo mondo, aveva vissuto un’esperienza di totale libertà e comunione col Tenca. Il ritorno in città, nel settembre del ’48, le sembrò la fine di tutto.

La contessa e il suo salotto traslocarono in un grazioso appartamento del settecentesco palazzo al numero 21 di via Bigli. Nella vicina via Andegari risiedeva il Tenca. Le due sale che Clara aveva adibito al ricevimento dei suoi ospiti erano addobbate con velluti scuri. “Specchi di Venezia – così le descrive il biografo Raffaello Barbiera -, quadri a olio dell’Hayez, incisioni del Calamatta e ritratti d’amici insigni adornano le pareti. Trine finissime sulle poltrone, sui divani; e vasi, e fiori, molti fiori, specie di primavera, olezzano fra i candelabri, sulle mensole, sul pianoforte e sulla tavola”.

Gli anni dal ’50 al ’53 furono decisivi per le sorti della Lombardia. E il salotto della Maffei fungeva da quartier generale per mettere a punto piani e tattiche d’azione:

Ma i toni trionfalistici dovettero recedere in seguito a un sostanziale mutamento. Il fallimento dell’azione mazziniana aveva spinto il Tenca e, di conseguenza, Clara verso posizioni più caute. Ma il loro revisionismo non incontrò il favore di tutti. I rapporti col Verdi conobbero un’amara incrinatura. La stessa Giulietta Pezzi, amica di vecchia data, iniziò a disertare il salotto. Il nuovo atteggiamento della contessa era – come sempre, del resto - sotto gli occhi di tutti. “Essa che in passato aveva circondato d’ogni suo ideale Giuseppe Mazzini – osservava Visconti Venosta -, ora, disillusa, principiava a idealizzare il Re, il Re Galantuomo, come ormai si chiamava in tutta Italia Vittorio Emanuele; e diffondeva intorno a sé la nuova fede che l’animava, coll’entusiasmo e coll’attrattiva della sua anima eletta e gentile”.

L’entrata in guerra del Piemonte al fianco di Francia e Inghilterra contro la Russia nella guerra di Crimea animò di un nuovo fervore il salotto della Maffei. Non c’era più spazio per altro argomento che non fossero l’attualità politica, la speranza nel nuovo “liberatore”, Napoleone III, e nella strategia di Cavour col quale manteneva stretti contatti il conte Cesare Giulini. A casa della Maffei si aprirono le sottoscrizioni per finanziare l’emigrazione di molti giovani verso il Piemonte per servire la casa sabauda. Anche i fratelli Visconti Venosta e Carlo De Cristoforis lasciarono Milano per Torino. Fra gli amici della Maffei era opinione comune che la presenza austriaca nel Lombardo-Veneto avrebbe avuto ancora vita breve. E come la vittoria dei francesi nella battaglia di San Martino tramutò la speranza in gioia ed euforia, così il successivo armistizio di Villafranca, firmato il 12 luglio 1859, trasformò repentinamente questo entusiasmo in cocente delusione per la sorte degli amici veneti, che si erano visti riconsegnare da Napoleone III all’Austria. Ma la Lombardia era stata annessa al regno sabaudo. E la nuova stagione politica, intensa e frenetica quanto incerta significò, per il salotto Maffei, uno dei momenti più densi e vitali. Era il luogo dove discutere problemi, strategie, idee, proposte. Soprattutto quando cominciò a diffondersi, fra gli ospiti del salotto, la sempre più fondata voce su una spedizione di Garibaldi in Sicilia.   Istituto Tecnico Turismo

Neppure gli ideali e la fede in un’Italia unificata, neppure la gioia che le derivava dalla frequentazione del Manzoni, del quale Clara era diventata assidua, potevano sollevarla dalla preoccupazione che in cuor suo nutriva circa la situazione che viveva in quel momento la sua relazione con Carlo Tenca. Questi era stato eletto al Parlamento. Il suo inevitabile trasferimento a Torino aveva gettato Clara in uno stato di profonda inquietudine. Per Carlo aveva rinunciato a molto, se non a tutto. Al marito, alla tranquilla vita domestica, alla rispettabilità che le garantiva il ruolo di moglie. E ora Carlo lasciava Milano per inseguire i suoi sogni di gloria. Il ventennale carteggio con cui i due amanti restarono in contatto non poté sostituire il calore e la realtà di un rapporto vissuto e costruito insieme giorno dopo giorno. Le lamentele con cui Clara piangeva la sua solitudine, i rimproveri del Tenca per l’ostinato rifiuto di lei a seguirlo e a vivere con lui, le crisi di gelosia, l’ansia da abbandono, i capricci, i sensi di colpa, le minacce di separazione: sono questi i sentimenti che si rincorrono nelle lettere di Clara e del Tenca come un ritornello ossessivo, per concludersi poi nella trionfante rassicurazione di un amore eterno. “Ho io bisogno di ripeterti che la mia vita ti è consacrata?” chiedeva Carlo a una Clara sull’orlo della disperazione.

Lontana dal Tenca, Clara viveva solo attraverso il suo salotto in una totale e volontaria identificazione. Eventi luttuosi si sovrapponevano e intervenivano ad affliggere l’umore già prostrato di Chiarina. La notizia della morte di Cavour fu raggiunta, a breve distanza, da quella del decesso dell’amico Ippolito Nievo, vittima nel naufragio del piroscafo Ercole che, salpato da Palermo, avrebbe dovuto ricondurlo nelle vesti di eroe garibaldino dalla sua amata Bice Melzi. Il vento stava mutando. Alcuni degli antichi amici non tornavano nel salotto che di rado. Molti, come il Tenca, erano lontani per impegni politici. Altri ancora erano deceduti. Volti nuovi si affacciavano nei saloni di Chiarina, come Arrigo Boito, fratello di Camillo, il poeta Emilio Praga e il musicista Franco Faccio. Si affermava la furia iconoclasta della scapigliatura, decisa a chiudere una volta per tutte i conti col passato. E non tutti, nella nuova cerchia di “amici”, amavano Clara. Camillo Boito deplorava l’eccessiva folla di cui la Maffei amava circondarsi. E Francesco Maria Piave la giudicava troppo vanitosa. Il ricevimento per la sera di San Silvestro, il 31 dicembre 1865, fu un semifallimento. Gli ospiti non rimasero soddisfatti. A cinquantun anni, la stessa Clara si sentiva ormai prigioniera del suo ruolo di salonnière. L’amicizia con Giuseppina Strepponi, la moglie di Verdi, e un riavvicinamento al marito Andrea regalarono a Clara gli ultimi momenti di serenità e furono un disperato, estremo tentativo di aggrapparsi a ciò che le rimaneva della sua vita. L’incontro col Maffei era stato del tutto fortuito. Marito e moglie iniziarono un’assidua frequentazione che regalò a Clara le ansie e i turbamenti tipici delle giovani donne che pregustano il successo di una nuova conquista. Nel 1869, mentre si trovava a Firenze, il Maffei cadde gravemente malato. Chiarina non si fece scrupolo di esporsi a critiche e maldicenze. Si precipitò in Toscana per assistere Andrea, nonostante avesse sempre rifiutato l’invito del Tenca, che si era spostato da Torino a Firenze seguendo le vicissitudini itineranti del parlamento, di raggiungerlo.

I rapporti tra i due ex coniugi vissero una nuova primavera a Milano. Carlo Tenca era lontano. Andrea si recava spesso in visita da Clara e la colmava di doni, di attenzioni, di complimenti. Carlo era al corrente di tutto. Nelle sue lettere non si stancava di rinnovare a Clara le sue attestazioni di sincero affetto. Ma a Firenze anch’egli aveva trovato le sue distrazioni. E non nascondeva a Clara di provare una crescente ammirazione per Emilia Viola.

A partire dal 1871 i rapporti tra i due amanti si erano intiepiditi. E non vi erano concrete speranze di poterli ricondurre sui binari di un tempo. Perché Clara era ormai stanca. Non tanto di Carlo quanto di se stessa e del suo salotto. Gli ospiti più illustri si comportavano da prevedibili disertori. Le serate languivano. E il vuoto nel salotto si traduceva, per Clara, nella depressione e in un gravoso senso di inutilità. “M’avvedo di non essere più alla moda, pazienza, è già molto, anzi troppo lo sia stata un momento (…). Ero nata più per essere operaia che signora di Salon”. Il nome e il ricordo di Clara venivano offuscati dall’astro nascente di Emilia Viola e dei suoi successi letterari patrocinati dal Tenca. I nuovi ospiti, come il Carducci, Giuseppe Rovani, Luigi Settembrini e, qualche anno più tardi, Giovanni Verga non erano più fonte di soddisfazione. Clara capì che cosa davvero desiderava. Una casa, una famiglia, l’amore. Ma era troppo tardi ormai. E Carlo troppo lontano. Le sue apparizioni a Milano e Clusone erano saltuarie e troppo rare. Dopo Torino e Firenze, Carlo si era trasferito a Roma. Qui era la sua vita. Il destino di Clara, invece, era quello di invecchiare da sola. Il declino era inevitabile e inarrestabile.

Nel 1879 Clara apprese il ritiro del Tenca dalla scena politica e dalla sua attività parlamentare. Un grave infortunio minacciava gravemente la sua salute. Carlo dovette trasferirsi a Milano per la convalescenza. All’arrivo a Milano, le sue condizioni lasciavano poche speranze. Il 4 settembre 1883 Carlo Tenca rendeva l’anima a Dio. L’anno successivo spirava anche l’amico di sempre, Giulio Carcano. E nel novembre del 1885 fu la volta di Andrea Maffei. Con in seno il dolore straziante di vedere il suo ambiente decimato e falciato dalla morte, Clara contrasse la meningite nel giugno del 1886. Il 13 luglio, dopo due settimane di agonia, morì in uno stato di totale incoscienza. Non riconobbe neppure Verdi, giunto al suo capezzale. Tullio Massarani la ricordò commosso alle esequie. “Come una di quelle piante senza quasi stelo, che vivono più d’aria e di luce che di terra, ella seguitò a pensare e ad amare finché visse, anche quando la vita parve ridotta ad un filo”. Con Chiarina morivano un tempo, una cultura, una società. Non rimpianse mai il suo passato. E fu sempre fedele alla sua identità di dama romantica, anche quando questa le pesò come una maschera, come l’obbligo di essere a tutti i costi, stanca e disillusa, colei che tutti conoscevano, “l’amore di Milano”.  Scuola Paritaria Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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