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IL SUCCESSO SUL LAVORO? ESSERE ASSERTIVO a cura della Prof.ssa Daniela Ferro - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

8 luglio 2016

Avere successo sul lavoro? Se siamo assertivi, è più facile. Forse non sarà la condizione necessaria e sufficiente: il successo passa per la preparazione, la competenza, l’ambizione (certo, perché no?) e da diversi altri fattori. Dipende dal tipo di lavoro, dall’ambiente e da differenti variabili. Essere assertivo, tuttavia, è un elemento che contribuisce non solo ad assumere un atteggiamento più aperto e disponibile verso i colleghi, ma anche a eseguire le proprie mansioni quotidiane con maggiore serenità e in armonia con se stessi. Ma che cosa significa “essere assertivo”?

Il termine “assertività” ha un’etimologia latina: il verbo asserere significa “affermare” (da cui, ad esempio, anche il verbo italiano “asserire”). Si possono affermare tante cose diverse, ma nella specifica accezione racchiusa nella parola “assertività”, ciò che fa il soggetto è affermare se stesso. Non si tratta – attenzione – di un atteggiamento aggressivo o prepotente. Non si tratta neppure di superbia. L’assertivo afferma se stesso, nel senso che è capace di trasmettere in modo semplice, diretto e lineare i propri pensieri, le proprie opinioni, ma anche  i propri vissuti emotivi (ciò che prova, insomma) senza aggredire oggettivamente coloro che gli stanno vicino e senza che questi ultimi avvertano soggettivamente di essere stati prevaricati.

Le due studiose Sue Hadfield e Gill Hasson, nel loro saggio dal titolo Come essere assertivi in ogni situazione, declinano l’assertività in termini psicologici come un tipo di comportamento. La sua peculiarità consiste nel fatto che il soggetto assertivo propone le proprie idee (si tratta dunque di una persona proattiva), senza che ciò gli procuri un’ansia da prestazione, perché il suo essere propositivo è spontaneo, disinvolto e rispettoso delle identità altrui.

Spesso in psicologia, per esemplificare al meglio tale concetto, si ricorre al cosiddetto “Triangolo dell’Assertività”, i cui vertici si chiamano “passività”, “aggressività” (alla base) e, appunto, “assertività” (al vertice). L’assertivo è chi mette in pratica la via di mezzo tra i due estremi: tra l’essere passivo e l’essere aggressivo. In medio stat virtus, insomma. Ma non è così facile. L’assertività è una conquista che passa attraverso un percorso, un lavoro su se stessi che deve poggiare su solide fondamenta.

La maggioranza delle persone tende ad adottare i comportamenti situati ai due estremi opposti, senza prestare alcuna attenzione alla terza via. Ciò nasce, molto spesso, dalla mancanza di rispetto e di fiducia in se stessi: chi non si ama, chi non “si vede”, chi non ha costruito un’autoimmagine realistica non può arrivare all’assertività. E come agisce, dunque? O manifesta la mancanza di autostima mettendosi in un angolo, recitando il mea culpa in ogni singola circostanza, facendosi “schiacciare” da chi ha intorno fino a ricevere continue umiliazioni, anche e soprattutto sul luogo di lavoro. È facile individuare il tipo passivo: è l’uomo che subisce l’istinto del gregge. Occulta ciò che pensa. Non muove mai osservazioni critiche su ciò che gli viene proposto. Qualsiasi compito gli venga assegnato, la sua risposta è un apparente entusiasmo, come se – per pura coincidenza – egli si trovasse sempre d’accordo su tutto.

Il tipo aggressivo, invece, “maschera” la propria inettitudine – per usare una categoria cara a Italo Svevo – assumendo un atteggiamento solo apparentemente sicuro, ma che in realtà è teso solo ad occultare una fragilità estrema, e allora l’aggressività che si esplica come “sindrome da primo della classe”, con prevaricazioni, macchinazioni, sotterfugi, scorrettezze e violenza verbale, non è altro che un modo per dire “Devo apparire, altrimenti nessuno si accorgerà di me”. Riconoscere l’aggressivo è molto facile: la sua opinione è quella giusta, la sola giusta, non suscettibile di modifiche, anche se palesemente errata. È chi, se sbaglia, non ammette mai il proprio errore.

Attenzione, però: la base dei comportamenti passivi e aggressivi è un’identica matrice, ossia la mancanza di sicurezza nei propri mezzi. E chi non è in grado di apprezzare se stesso, non sarà neppure in grado di apprezzare – e quindi valorizzare – il suo prossimo.

L’individuo assertivo percorre una strada intermedia. Perché è sicuro di sé, ha piena fiducia nelle propria capacità, ma ben conosce i propri limiti. Non teme di mostrare quanto vale, lo fa in modo sereno, perché non ha paura del giudizio degli altri, anzi, lo richiede e ne fa tesoro per migliorarsi. Si propone, ma non s’impone. È un vincente, ma non sconfigge nessuno. Non cerca a ogni costo l’approvazione di tutti, perché le sue azioni muovono dal fatto che egli per primo approva se stesso. È evidente che assumere tale comportamento richiede un passaggio obbligato, vale a dire aver sviluppato una buona autostima. Ma non solo.

L’assertivo comunica in modo efficace, e ciò è fondamentale. Perché si possono avere le idee più brillanti, ma se la capacità di comunicarle e trasmetterle è deficitaria, la loro “brillantezza” si tramuterà in mediocre opacità. Il comunicatore assertivo parla in modo lento, usa parole incisive (vietati, i “devo”, “posso”, “voglio”, cui occorre preferire i rispettivi condizionali; un “forse” inserito nel discorso, abbassa i toni, ma predispone l’interlocutore a un ascolto più coinvolto). Un discorso incisivo non usa parole difficili né periodi sintatticamente complessi. Se si parla in modo conciso ed essenziale, il messaggio sarà subito chiaro a tutti e apprezzabile per tutti. Inoltre la comunicazione non deve trasmettere remore e indugi, ma deve procedere in modo libero: se l’interlocutore percepisce il timore di esporsi e di proporsi, il proprio discorso – per quanto costruito ad arte – è destinato a cadere nel dimenticatoio, ad essere “stoppato” senza aver prodotto alcun risultato.

A queste abilità comunicative è opportuno che si accompagni uno strumento di grande utilità: l’ascolto e l’accettazione della critica. Se costruttiva e fondata, ovviamente. In tal caso, la critica non demolisce, ma è anzi uno strumento indispensabile per la crescita di ognuno, sia umanamente che professionalmente. Una critica non è necessariamente un attacco personale. E accoglierla dimostra la straordinaria abilità di mettersi in discussione. L’assertivo ascolta la critica in modo distaccato: la esamina in modo analitico, ne trae spunto per riflettere. Il passivo, davanti a una critica, crolla. L’aggressivo risponde rimandando al mittente la stessa, identica critica, calcandone i toni. Perché? Perché entrambi non hanno una buona consapevolezza circa le proprie capacità.

E com’è arduo accettare la critica, lo è altrettanto rivolgere un complimento. Ma riconoscere i pregi altrui, rimarcarli, verbalizzarli è un collante straordinario in qualsiasi situazione, soprattutto sul luogo di lavoro. Un “bravo!” o “Bella idea!” o altre espressioni simili che attestino stima sono una moneta di grande pregio. E dimostrano l’apertura mentale e la disponibilità alla cooperazione. Non si tratta di mettersi da parte, anzi: riconoscere il valore altrui è segno di un grande valore personale.

L’assertivo, inoltre, rivela la propria abilità anche quando si trova a gestire situazioni conflittuali. Non crolla né si fa manipolare, come il passivo. Non cerca di emergere a tutti i costi, come l’aggressivo. Egli invece non perde mai il controllo della situazione. Non dà a vedere la propria umana difficoltà nell’elaborare una soluzione. Ciò perché la sua capacità di problem solving è elevata, perché sa che per ogni problema esiste una soluzione, si tratta solo di trovarla, e per trovarla occorre passare dal confronto con le opinioni altrui, traendo da ciascuna il meglio.

 

 

 

 

 

 


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