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"DISAGIO" , UN TERMINE SEMPRE PIU' USATO PER RAPPRESENTARE IL MONDO GIOVANILE - SCUOLA TECNICA PARITARIA S. FREUD

10 maggio 2016

In più di una circostanza si sente parlare di “disagio”, un termine usato per rappresentare il mondo giovanile e tutti i suoi aspetti.

Le sostanze stupefacenti, purtroppo, sono una presenza sfavorevole nella nostra società, ogni giorno, in una maniera o in un’altra, giornali e televisione ci parlano di questo problema, ma in forma confusa mettendo  insieme la tossicodipendenza, pericoli per la sicurezza, paesi produttori, riciclaggio, mafia, ecc.

Ma quali sono i percorsi che conducono i giovani alla droga? Questo loro mondo non è somigliante né di facile identificazione, né distaccato dal resto della società. Essi sono strutturalmente collegati al resto della collettività, ma hanno un riscontro caratteristico, più fragile, che vive in stretto rapporto con la laboriosità del sistema sociale, di cui sentono gli stimoli, le ansie e i turbamenti.

Il disagio giovanile è quorum di una crisi più ampia che copre la piena società. La precarietà dei valori, la flessibilità in tutti i campi, lo smarrimento di simboli sociali condivisi, l’incertezza e la paura del futuro appaiono confermare in pieno La terminologia “devianza giovanile” ha diversi significati, per cui dobbiamo mettere a fuoco le principali dimensioni sociali entro cui si muove e interagisce il giovane: la famiglia, la scuola, i luoghi di socializzazione nel tempo libero. Continuando in quest’analisi, si evidenziano quei fattori di rischio che minacciano il mondo dei giovani, fino a invitarli al consumo di sostanze stupefacenti.

D’altro canto, attraverso le droghe, l’uomo ha sempre cercato di curare il male, di fuggire gli affanni, le angosce, la tristezza, di rompere i vincoli della quotidianità, di ottenere una percezione mistica e giungere a esperienze diverse.

Alcune difficoltà sono state riscontrate nell’affrontare il problema delle droghe “ricreazionali”, in modo particolare “l’Ecstasy”. La storia di questa sostanza è recente, come quella delle anfetamine. Nate come sostanze farmacologiche con effetti avvincenti, esse vennero ben presto impiegate dagli studenti americani per vincere il sonno durante la preparazione degli esami.

Da quest’uso “funzionale” allo studio, la pratica cadde verso una funzione differente e specifica delle sostanze stupefacenti. Stupisce però il fatto che l’ecstasy abbia avuto una diffusione così rapida in tutti i paesi a più alto tasso di sviluppo, portando i giovani al culto “dell’estremo”, che significa ballare tutta la notte, per poi ricominciare all’alba e finire nel pomeriggio del giorno dopo. L’ecstasy agisce come “additivo” per tenere questo tipo di ritmo.

Il disagio, quindi, non è il confezionato delle sostanze assunte, ma è antecedente, e l’uso di queste droghe ne è il frutto. L’individuo deve affrontare problemi in una contesto in cui sta male o è soffocato da paure e da bisogni di vario tipo. Questo è un motivo per cui le comunità terapeutiche o qualsiasi altro intervento di difesa devono tendere a ridurre l’emarginazione cercando di ricostruire, in termini reali e puliti, l’ambiente in cui il giovane è inserito o deve essere collocato in un prossimo futuro. In quest’ottica si può ben comprendere l’aumento del numero dei centri abilitati al loro recupero. Una cosa importantissima è l'obbligo costante per un dialogo con i giovani.

C’è da precisare anche che la figura del consumatore “medio” è mutata. In questo modo muta anche il lavoro del legislatore, che non può pensare un approccio solo repressivo. Per questo c’è un nuovo ruolo assegnato dalla Legge al Ministero della Sanità, al quale compete il controllo su qualunque attività lecita di produzione, di commercio, di distribuzione e di aggiornamento delle tabelle delle sostanze soggette a controllo. Oggi c’è, quindi, la cognizione che gli strumenti di lotta e di repressione usati qualche anno fa, non rappresentava un adeguato “deterrente” contro i grandi manovratori dell’importazione e dello spaccio di tali sostanze stupefacenti.

I nuovi giovani

In questa società si è giovani in modo molto diverso da prima. Se a poco tempo dalla fine della guerra si nasceva e si cresceva nel mito della Resistenza, della lotta per la democrazia e contro ogni tipo di schiavitù, oggi l’unico dato certo è la fine delle grandi narrazioni che hanno attraversato e plasmato il secolo che è finito pochi anni fa. Anche la politica, che negli anni 50 era stata attenta particolarmente ai grandi temi ideologici ed economici, che dovevano portare a profonde riforme culturali ed istituzionali, oggi è orientata a azioni sui singolari problemi.

Questo disorienta un po’ i giovani. Infatti, solo quelli con più elevati livelli d’istruzione sono in grado di affrontare i grandi temi politici e, nello stesso tempo, di essere attivi e concreti nelle comunità in cui vivono. Dalla loro stessa vita quotidiana. Tali aspetti ci aiutano a capire l’apparente contraddizione fra il rifiuto della politica espressa da molti giovani, e la confermata disponibilità di consistenti minoranze a mobilitarsi su temi come quello della pace, dei diritti dell’uomo, della libertà dell’individuo.

In questa situazione emerge un problema grosso: la disoccupazione e i lavori declassati. L’impegno dei giovani profusi nel cercare lavoro e nel lavorare in condizioni di particolare “sfruttamento” ci fa rivelare sul fenomeno giovanile chiamato “allergia al lavoro” e possiamo dire che tale definizione è sospetta.

Il posto fisso non esiste più (o quasi), come non esistono più le grandi concentrazioni operaie … esiste la fortuna, la “sfortuna”, la bravura, la furbizia, l’intelligenza, la sveltezza, l’intuizione. Tutto ciò crea diversi problemi negli animi dei nostri giovani (ma anche dei meno giovani).

A questo punto la droga diventa auto-terapia, nel tentativo di alleggerire uno stato di disagio, di sottrarsi di affrontare compiti particolarmente difficili o di confessare a se stessi l’impossibilità di “seguire la moda”, “di avere il motorino più veloce”, “di non riuscire a passare quell’esame”…, esigenze imposte da una società che non aspetta.

Oggi si riconosce che le tossicodipendenze dilagano in tutti gli ambienti, coinvolgendo ragazzi di diverse estrazioni sociali. Assistiamo anche alla creazione di “musiche” adeguate al consumo di droga, di vestiti da indossare nei raduni particolari, in discoteca e tutto questo diventa il marchio di fabbrica di un gruppo sociale che dell’uso di “sostanze” fa il suo elemento di distinzione. La parola d’ordine è: stupire, attrarre l’attenzione per non essere più soli.

Il disagio è il frutto di una condizione di malessere che “si sente”, ma non necessariamente “si vede”. Quando studiamo il “disagio giovanile” capiamo i problemi a cui un giovane va incontro nella transizione all’età adulta e i vari condizionamenti a cui è sottoposto a contatto con la società complessa.

La famiglia nella nostra società

Parlando di questo disagio giovanile non possiamo non affrontare il notevole processo di sviluppo che l’ ambiente familiare ha subito all’interno della nostra società. Infatti, la famiglia raffigura a tutt’oggi il luogo più idoneo per la formazione dei figli e il punto di riferimento ideale di solidarietà e di assistenza per l’intera società.

La famiglia ha vissuto però, nel corso degli anni, una profonda metamorfosi in particolare per la diffusione, almeno in alcune zone, di un benessere mai goduto fino ad ora e il conseguente superamento dello stile di vita popolare.

Nel rapporto giovani-droga il ruolo della famiglia e la sua armonia rappresentano variabili importanti. I giovani che vivono da soli e che hanno fatto uso di droghe sono circa il 24% mentre la percentuale di quelli che vivono in famiglia sale al 30%.

Il primo caso implica un’assenza di contatto diretto, continuo, con i genitori. Questo potrebbe scusare un vuoto di affettività che rende più facile la ricerca di “esperienze” pericolose. Mentre, di fronte al secondo caso, possiamo dire che non c’è stata relazione tra i giovani e i genitori (e gli altri parenti), e la famiglia non ha saputo svolgere il suo ruolo, anche se al suo interno si trova disuguaglianza generazionale. Da ciò si nota che entra in crisi il rapporto di convivenza, rapporto che dovrebbe collegare il giovane agli altri membri del nucleo familiare. Un elemento fondamentale per percepire la qualità della convivenza all’interno di una famiglia, dunque, riguarda il tipo di rapporto che lega il giovane con gli altri membri del nucleo.

Da ricerche sembra che emerga in netta evidenza la dato che, per evitare il consumo di sostanze stupefacenti, i giovani devono vivere in un habitat sereno, con buoni rapporti interpersonali quali il dialogo, la comprensione, la solidarietà, la condivisione delle gioie e dei dolori. In questi ambienti la possibilità di incontrare consumatori appare bassissimi (3,5%) rispetto a quelli dove la convivenza è stata definita “discreta” (6,7%). Più che doppia, invece, per i membri di famiglie caratterizzate da incomprensione (14,6%); diviene preoccupante, dove regna l’indifferenza (28,6%). Questi dati, seppur numerici, rappresentino la sintomatologia del rischio cui sono soggetti i ragazzi inseriti in ambienti familiari deteriorati. Dalla ricerca risulta che il 5,7% vive solo con la madre e l’11,1% solo con il padre.

Anche in questo caso la disaggregazione consente di mettere in luce l’importanza della presenza congiunta in famiglia dei due genitori. Per fortuna, ci sono moltissimi ragazzi che attribuiscono importanza alla famiglia e manifestano la loro intenzione di sposarsi e di avere figli.

Certo è che i grandi cambiamenti che hanno rappresentato la nostra società, hanno portato in particolare a una crisi della famiglia-unita. Si è assistito quindi a un mutamento delle relazioni sociali, permettendo un sistema di ruoli più flessibile, con coppie che hanno cominciato ad abbandonare metodi di insegnamento e di educazione a lungo seguiti.

Il massiccio cambiamento nell’organizzazione familiare, con entrambi i genitori spesso assenti perché impegnati fuori di casa per lavoro, le modifiche nella gerarchia dei valori, la flessibilità e la reversibilità dei ruoli, il ricambio generazionale e le tante incoerenze dell’intero sistema sociale, ha contratto nel nucleo familiare molti elementi di disagio, di difficoltà, di crisi. 

Di qui il modificarsi di tempo, di energie, di risorse da dedicare ai figli. Questo può generare distacco, sfiducia o addirittura rifiuto da parte delle generazioni dei più giovani verso i valori tradizionali, e dal versante opposto smarrimento ed incertezza fra gli stessi genitori nei confronti dei valori da trasmettere. La presenza di numerose strutture fuori dal nucleo familiare, alle quali si delegano talune funzioni educative, fa sì che si generino individui sottomessi, insufficientemente autonomi e comunicativi, che favoriscono azioni autodistruttive o di ricerca quasi sfrenata del piacere e di quell’appagamento che non trovano altrove.


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