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14 ottobre 2016

Una prima basilare caratteristica dei giovani di oggi è la loro posizione sull’asse del presente storico, senza passato e senza futuro.

Bisogna identificare cioè che la giovinezza come età sociale, liberata dall’età biologica, sembra disporre bene a questo periodo storico: essa diviene il mito da seguire a tutte le età. La tipicità della giovinezza, che la fa essere così tanto attraente, è la sua natura di transizione, di “non essere più e non essere ancora”, di flessibilità, di atteggiamento di non scelta, o meglio, di rinuncia alla scelta conclusiva e inconvertibile. Atteggiamento, questo, che comporta un’espressiva abdicazione al progetto, individuale e sociale o a una sua totale contrazione all’istante presente vissuto come unica certezza.

Se i giovani non hanno più la speranza nel futuro, se essi sono diventati più realisti e meno idealisti, la ragione va ricercata nelle incertezze che vivono gli adulti. I ventenni di oggi sono i figli della generazione che aveva vent’anni quattro decenni or sono, appunto nel ’68. E sono forse la generazione più distante da nuovi miti, sogni e utopie, e dunque la più disillusa, disincantata, realistica, pragmatica e forse cinica.       Scuola Paritaria

In generale possiamo dire che tutto si risolve nel presente e vivere il presente è l’unica certezza che i giovani hanno. Il futuro, al contrario, rappresenta un’incognita e la stessa progettazione rischia spesso di presentarsi come fragile e indefinita. Questo significa che gli adulti, che in passato non sono riusciti a trasformare la società, non riescono a consegnare oggi ai ragazzi la fiducia nel futuro. Mentre i giovani che “se la cavano” riescono a far tesoro delle proprie risorse – del coraggio in primo luogo – e a cogliere la sfida.

Questo richiamo al ’68 non è casuale. Come significativamente ha scritto Antonio Scurati (La Stampa, 17 novembre 2006): «la distanza tra le generazioni non è più stata percepita in modo tanto drammatico almeno dal ’68 in qua». E l’insegnante Marco Lodoli, lo stesso giorno su “La Repubblica” rincara: «Sono due mondi che inevitabilmente entrano in collisione... la scuola non può non apparire agli occhi dello studente stravolto che come una perdita di tempo, un posto lento, dove si imparano cose inutili, che non aiutano affatto a tenere sempre viva e zampillante l’adrenalina».

Sono quasi vent’anni che si è costatata la cosiddetta “fine delle attese prosperanti”, per cui i figli con tutta probabilità non avrebbero potuto fare esperienza dei grandi cambiamenti (in meglio) nei redditi, nei consumi, nello status, che avevano contraddistinto tutte le generazioni che si erano susseguite dopo la seconda guerra mondiale. Avrebbero al massimo potuto mantenere le posizioni, ma non migliorarle.         Istituto Tecnico Turismo

Da molto tempo la scuola ha cessato di essere un luogo trainante, dove gli studenti trovano lo spazio per la creazione di una nuova coscienza sociale. Dopo il fenomeno della “Pantera”, che già appariva come un colpo di coda, la scuola è stata sempre più mortificata e umiliata come una realtà archeologica e “giurassica”.

Fin dagli anni ’90 anche grandi psicopedagogisti come J. Bruner e H. Gardner, hanno rilevato come i saperi presentati dalla scuola vengano collocati dai giovani su un piano parallelo, circoscritto e scarsamente significativo, rispetto a quello nel quale programmano il loro rapporto con la realtà, formano valori e orientano le loro scelte, cosicché, anche per una parte di coloro che ottengono risultati positivi, la formazione scolastica risulta poco efficace, perché le dimestichezze e le abilità acquisite risultano scarsamente trasferibili in contesti diversi ed hanno modeste ricadute sulla istruzione generale della persona.

Come superare questo scoglio, come riunificare i due percorsi, ricollegando i saperi e i valori della scuola al percorso vitale, all’esperienza dei giovani ed alla loro visione del mondo?

Contemporaneamente la società propone altri modelli, magari falsi, ma veramente attraenti. Scorciatoie verso un facile successo: le veline, i reality, il calcio, milioni regalati a chi risponde alle domande sceme di quiz televisivi. Un ceto rampante che ostenta e produce ricchezza evadendo il fisco, in perenne slalom tra condoni, furbetti del quartierino, prescrizioni di reato e trionfo dell’illegalità.

Per un ragazzo cresciuto come un piccolo Re Sole, ossequiato e vezzeggiato, non è facile dare una svolta alla propria vita a quattordici o a sedici anni, preferire la lunga e dura strada della costruzione del proprio futuro, per divenire un cittadino consapevole capace di esprimersi nel mondo.

Ha ragione allora Mariangela Prioreschi, Presidente nazionale dell’AIMC quando richiama la responsabilità degli adulti: «atteggiamenti qualunquistici sono inutili, anzi dannosi. Il rifugiarsi in espressioni del tipo “il mondo è impazzito”, “le nuove generazioni non ha più valori”, “le normali coordinate del convivere non reggono più” è, appunto, un modo di acquietarsi da parte di noi adulti, sintomo di vera irresponsabilità. (... ) Proviamo a ribaltare l’ottica, a guardare il mondo con gli occhi degli adolescenti e dei giovani. Che cosa leggono nella società adulta? Prossimità o sopraffazione, in forme ora velate, ora esplicita? Senso del bene comune o un agire secondo la logica mors tua vita mea? Il primato dell’essere o la ricerca dell’apparire? L’impegno e, perché no, il gusto di una fatica costruttiva o la bramosia del tutto e subito a qualunque prezzo?». Il problema dei giovani è l’altra faccia del problema degli adulti.       Scuola Privata Milano

 

 


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