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Anxiety: a classmate for many adolescents. FREUD SCHOOL

1 marzo 2016

La diffusione di sintomi ansioso-depressivi nella fase evolutiva dell’adolescenza è un dato da non sottostimare, in quanto si presenta come una problematica estremamente invalidante, che finisce per coinvolgere e danneggiare diversi aspetti della vita di un adolescente. Non ultima, la sua vita scolastica.

È opportuno sottolineare però, in via preliminare, che l’adolescenza  - età di incerta definizione, almeno rispetto all’età anagrafica del soggetto, a motivo della complessa evoluzione fisica e psicologica – non è, nell’arco di vita dell’essere umano,  l’età maggiormente esposta al rischio di cadere nelle diverse forme in cui si può manifestare la patologia ansiosa. Il giovane adulto – dunque il prossimo traguardo verso cui i nostri studenti stanno “viaggiando” – denuncia una familiarità maggiore coi sintomi d’ansia. È anche vero che un adolescente, spesso, vive nella patologia senza che tuttavia essa sia riconosciuta, incidendo così sulle statistiche relative alla diffusione dei disturbi d’ansia nell’adolescenza, le quali tuttavia evidenziano una maggiore incisività nella popolazione femminile e nei soggetti che hanno vissuto esperienze dolorose, come la separazione dei genitori, ad esempio. O storie di precedenti insuccessi scolastici. O, ancora, fenomeni di bullismo.

Che cos’è ciò che, a volte troppo semplicisticamente, chiamiamo “ansia”? Come possiamo accorgerci che nostro figlio o un nostro studente potrebbero esserne affetti?

L’ansia è una forma di risposta del soggetto a qualcosa (una situazione) che il soggetto stesso percepisce come un pericolo. Attenzione: “percepisce”, non “è”. Il punto di vista del soggetto, condizionato da pregressi, da fattori innati e ambientali, è determinante.

L’ansia esprime un forte correlato a livello biochimico, che coinvolge il “livello” di neurotrasmettitori nel sangue. La sua manifestazione a livello psicologico può essere disarmante per il soggetto che ne è affetto: l’adolescente ansioso avverte progressivamente  una sempre più limitata capacità mnestica, nonché una sensibile riduzione del suo potenziale nel campo dell’immaginazione. Il ragazzo “entra in crisi” nell’immaginarsi in uno scenario futuro.

Non tutte le manifestazioni d’ansia sono patologiche. Esiste un’ansia fisiologica, per così dire, che l’essere umano sperimenta come sentimento in particolari circostanze, oggettivamente stressanti, ma che non pregiudica la qualità della sua vita quotidiana. Un episodio, insomma, legato a un evento e che si dissolve rapidamente senza lasciare conseguenze.

Il disturbo d’ansia è invece una vera e propria patologia, la cui eziologia è estremamente eterogenea, come la sua casistica. L’ansia non è paura: quest’ultima ha un motivo ben riconoscibile, concreto, oggettivo. L’ansia invece travolge l’adolescente che ne è affetto, senza che egli possa spiegare e definire il perché come una causa individuabile e riconoscibile. Il ragazzo afferma di aver paura, ma non sa perché né di che cosa. Le radici possono essere profonde, affondare in un passato anche relativamente remoto, in un evento traumatico che ha segnato l’esperienza del soggetto, senza tuttavia riuscire a “scaricarsi” al momento, per poi riemergere – anche a distanza di anni – sotto diverse forme, anche di somatizzazione organica.

Presso la popolazione degli adolescenti è diffuso il disturbo d’ansia generalizzata (DAG). Si tratta di un disturbo cronico che insiste per lo più sulla popolazione adolescenziale femminile. Si tenga conto però del fatto che le femmine sono maggiormente predisposte a denunciare sintomi ansiosi, laddove il maschio – identificandoli erroneamente e pregiudizialmente come espressioni di debolezza – tende a nasconderli anche a se stesso. Il disturbo d’ansia generalizzata ha il suo carattere essenziale nella persistenza del sentimento d’ansia che non è riconducibile con precisione a una situazione o a un dato oggetto, ma pervade la vita quotidiana dell’adolescente in ogni suo aspetto, a scuola ad esempio, ma anche in quelli apparentemente più “banali”. I soggetti affetti parlano di “angoscia”, di “terrore”, sono in costante allarme, ma il motivo è sfuggente. La loro agitazione risulta difficilmente controllabile. Il loro non verbale però trasmette all’osservatore una tensione muscolare pressoché continua, causa a sua volta di emicrania, vertigini, palpitazioni, disturbi del sonno, inappetenza, nausea, irritabilità. L’adolescente affetto da DAG ha molta difficoltà a concentrarsi, anche per eseguire operazioni semplici. Si affatica facilmente. Mostra una spiccata tendenza alla sudorazione. Tutto ciò a compromissione della qualità della vita quotidiana. L’adolescente non può evitare di sentirsi preoccupato. Se tali sintomi perdurano per un periodo di circa sei mesi, si può procedere a una diagnosi di DAG. Spesso questa eccessiva preoccupazione verso un quid non ben identificato è iniziata in età preadolescenziale, tanto da portare gli adulti di riferimento a “svilire” la patologia del ragazzo, relegandola fra i tratti comportamentali. Nei casi più gravi, invece, se trascurato, tale disturbo può portare al suicidio. Fra gli approcci psicoterapici, il più fertile rispetto a esiti di guarigione risulta essere il cognitivo-comportamentale.

Diffusa nella popolazione adolescenziale è anche un’altra forma di disturbo d’ansia: il DAP, ossia il disturbo da attacchi di panico. Si tratta di episodi di durata limitata, ma che il soggetto che ne è vittima percepisce come eterni e tali da portarlo addirittura alla pazzia o alla morte. L’esordio è improvviso e non c’è un collegamento oggettivo con la situazione nella quale il ragazzo si trova. Il picco viene raggiunto nel giro di pochi minuti. La paura tocca vertici massimi. Il soggetto riferisce di perdere il controllo, si sente soffocare, ha capogiri, tachicardia e dolori al petto; il senso di nausea può essere molto forte, come le vampate di calore o, viceversa, i brividi; il ragazzo avverte tremore agli arti; vuole fuggire dal luogo in cui si trova, anche se a lui familiare. La qualità della vita quotidiana viene a tal punto alterata che l’adolescente può mutare radicalmente stile di vita: ad esempio, si rifiuta di andare a scuola, ma anche di uscire con gli amici. Ne derivano sistematiche condotte di evitamento. Risulta preossoché impossibile condurre il ragazzo a riflettere: il suo pensiero è congelato, paralizzato dalla paura e la sua percezione, sia di sé che dei fatti, è alterata sensibilmente. In questi ragazzi, l’ostacolo peggiore per ricondurli a una vita normale è rappresentato non dall’episodio in sé, ma dalla paura vissuta dal ragazzo, con grande sofferenza, di poter essere vittima di un attacco di panico. Questi in effetti si verificano in situazioni apparentemente “normali”, anche di notte, mentre il ragazzo dorme. Inoltre, gli attacchi di panico, pur durando poco, si ripetono più volte anche nell’arco di poche ore. Per quanto possa sembrare paradossale, l’attacco di panico (soprattutto se in comorbilità con forme di derealizzazione tipiche del disturbo depressivo) sembra essere una risposta del soggetto a una situazione dolorosa, come una forma di fuga da una realtà inaccettabile per il ragazzo. Anche in tal caso, per portare alla luce le reali motivazioni del disagio, fino alla regressione dei sintomi, la terapia più efficace sembra essere, a oggi, la cognitivo-comportamentale.


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